Si è chiuso il sipario su un altro tormentato, tormentatissimo agosto, per la Lega a guida Matteo Salvini. Il leader del Carroccio è sotto torchio e dall’ultimo Federale di giugno le tensioni interne sono divenute a tratti ingestibili. Tante le richieste pervenute negli ultimi mesi al Capitano, dall’adozione di un modello federale per il partito all’appello a includere maggiormente nell’agenda politica le questioni del Nord; tutte proposte avanzate – in ordine sparso – da forti personalità della Lega come i governatori in carica Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti, o il già Presidente del Veneto Luca Zaia e il capogruppo al Senato, nonché Segretario della Lega Lombarda, Massimiliano Romeo.

Tanto rumore per nulla perché la linea di Salvini non è cambiata di un millimetro. Anzi, il Capitano, arroccato dietro le sue torri, ha anche tentato di “intortare” gli scontenti proponendo un tavolo dei territori che, come era altamente prevedibile, non ha prodotto risultati. Mancano ormai venti giorni a Pontida e non sono pochi quelli che scommettono sulla resa dei conti proprio allo storico pratone dove Umberto Bossi, tra ampolle e fazzoletti verdi, ripeteva la formula di fedeltà alla causa della libertà dei padani. Memore delle forti contestazioni durante il funerale del fondatore, ora ad agitare il leader del Carroccio è forse lo spettro di esser fischiato in casa.

Perché, a dire il vero, il problema di Salvini oggi non è forse il 5% nei sondaggi bensì la sua perdita di autorevolezza. Dal Papeete in poi, l’aura del Capitano è svanita. Non funziona più inseguire la tendenza del momento, o inserirsi nella polemica del giorno, la base leghista chiede una linea politica autentica che, possibilmente, non preveda altri tappeti rossi stesi come con il Generale Vannacci. Ma ora la domanda è la seguente: venti giorni sono sufficienti per riprendere il controllo di una Lega alla deriva?

Salvini sembra non voler affatto abbandonare la nave, ma sarà in grado di fare sintesi con le diverse anime del partito? I toni interni sono ormai battaglieri e ieri un’altra grana si è aggiunta: è stato costituito ufficialmente il “Comitato per la convocazione del congresso federale”, iniziativa che raccoglie ex parlamentari e rappresentati della Lega Nord.Non c’entra assolutamente niente con il discorso che stiamo portando avanti con Salvini” ha precisato il Presidente Fontana. È così, ma attenzione, il vecchio contenitore della Lega Nord che il comitato vuole scongelare mira a riappropriarsi l’esclusività sull’Alberto da Giussano, il marchio leghista per definizione. Insomma, il tentativo di delegittimare il Capitano, togliendogli dalle mani il simbolo elettorale, è partito. Per ora Salvini si dice tranquillo, non preoccupato dalla “rivolta dei governatori” e, soprattutto, circoscrive buona parte dei malumori interni alla Lombardia, o al massimo al Nord.

Un’interpretazione, quest’ultima, curiosa, se così si può dire. Salvini, di fatto, si rifiuta di guardare l’enorme trave dinanzi ai suoi occhi. Sì, nella Lega non vi sono apparentemente molti cuor di leone pronti a strappargli la leadership, è vero. Zaia stesso, chiacchierato da tempo come possibile nuova guida del Carroccio, resta al momento silente. Eppure, ridurre tutto a delle faide territoriali è una pessima semplificazione.
Dietro coloro che oggi con maggior forza stanno contestando la linea del partito a trazione Salvini – sembra esser chiaro – vi è una regia più ampia che include altri “big” della Lega, al momento in coperta. E sì, la questione settentrionale è sicuramente un punto rilevante, ma ben più al centro e contestata, in questa crisi del Carroccio, è la linea nazionale.

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.