C’è chi ha iniziato a farle con la carta forno e chi le cuce in casa recuperando un pezzo di stoffa e  due elastici. Eppure per produrre le mascherine contro il coronavirus, anche quelle non destinate ai sanitari, manca un protocollo condiviso e autorizzato dal governo.

A portare alla luce la vicenda è Franco Lovi della Confav Group, azienda di camicie sartoriali, che ha risposto via social a quanti gli chiedevano di iniziare a produrre mascherine, ormai introvabili in farmacia. In un post su Facebook l’imprenditore spiega come la sua azienda abbia deciso di non avviare la produzione per evitare di distribuire dei dispositivi privi di qualsiasi efficacia contro la diffusione del coronavirus.

Il governo, infatti, ha annunciato di essere a lavoro per stilare un protocollo che autorizzi la produzione nel nostro Paese di mascherine destinate non solo ai cittadini ma anche a quei lavoratori non sanitari che non hanno la possibilità di accedere allo smart working: operai, commessi e alcuni impiegati anche del settore pubblico. In particolare, si aspetta di capire quali materiali possano essere impiegati e quali parametri debbano essere rispettati dalle aziende. Punti su cui pesano le valutazioni del comitato scientifico.

Una volta varato il protocollo dal governo, è possibile che diverse aziende, anche tessili, potranno essere coinvolte nella filiera produttive. In questo caso lo stesso imprenditore di Sarno ha annunciato di essere disposto ad avviare la produzione per poi distribuirle ai suoi concittadini, con la certezza di fornire loro un dispositivo sicuro contro il contagio.

Se così sarà, non solo si riuscirà a mettere a disposizione di più persone uno strumento di protezione utile, ma soprattutto sarà possibile alleggerire il carico per le aziende impegnate nella produzione dei dispositivi sanitari, quelli sì, destinati alla protezione del personale medico e infermieristico degli ospedali.