È una sfida ai rami alti del sistema finanziario e assicurativo, mentre è in atto un più ampio riassetto. La competizione tra Mediobanca, da un lato, e il cosiddetto Patto (di consultazione), dall’altro, per un primato nelle Generali, segnala, in questi giorni, ulteriori evoluzioni. Il Patto, composto da Leonardo Del Vecchio, Franco Caltagirone e la Fondazione Crt, ha raggiunto la complessiva partecipazione nel capitale della Compagnia assicurativa del 16,133 per cento, mentre Mediobanca detiene il 17,22 per cento, con circa il 4 per cento oggetto di un “ prestito titoli” da restituire dopo l’assemblea annuale che, a fine aprile, dovrà eleggere i componenti dei nuovi organi deliberativi e di controllo del Leone di Trieste.

La “confrontation” muove dal dissenso dei membri del Patto nei confronti del progetto di conferma dell’amministratore delegato, il francese Philippe Donnet, nonché della decisione assunta a maggioranza dal consiglio di amministrazione di presentare una propria lista di candidati per le cariche anzidette e, più in generale, nei confronti del modo in cui si è operato, con particolare riferimento a lamentate carenze di strategie. Sulla lista del consiglio si attende il cosiddetto richiamo di attenzione della Consob, sul quale l’Authority ha promosso una consultazione pubblica. La competizione – che per la prima volta si svolge in forme trasparenti in quella che un tempo veniva considerata l’unica multinazionale italiana – è un segno dei tempi; Mediobanca che, all’epoca di Enrico Cuccia, considerava le Generali come la pupilla dell’occhio e da cui traeva quasi la metà dei propri utili, non è più quella di allora; paradossalmente, si sta affermando proprio un detto famoso di Cuccia “titolo quinto, chi ha i soldi ha vinto” e ora le azioni si contano, non “si pesano” più, come voleva all’epoca il nume di Mediobanca, sia pure raccordando questo proposito con una visione del ruolo dell’asfittico capitalismo italiano; è una “ competition”, quella Patto-Mediobanca, destinata a durare fino al predetto voto di aprile.

Ma va aggiunto che Del Vecchio, con la sua Delfin, è diventato il primo azionista di Mediobanca, mentre Caltagirone ne possiede il 3 per cento. Si potrebbe dire che da “sotto” – dal proprio assetto proprietario – e da “sopra” – la partecipazione nelle Generali che si deve confrontare con l’incalzante Patto – Mediobanca è venuta a trovarsi in una condizione imprevedibile solo pochi anni orsono. È, però, positivo che si smuovano le acque e non vi siano rendite di posizione nel settore dopo quelle del passato. Naturalmente, ciò deve avvenire con la rigorosa osservanza delle norme ed è soprattutto importante che i singoli componenti del Patto evidenzino, con un programma organico, le alternative strategiche e le differenze nei confronti di chi ha voluto la lista del consiglio e ha dato finora l’impronta alla Compagnia. La contesa, se si può utilizzare questa denominazione, deve essere fatta di quote di partecipazioni al capitale e di indirizzi strategici per una grande impresa che può avere un ruolo diverso, più forte a livello europeo e internazionale, bloccando la perdita di terreno nei confronti di Allianz, Axa, e la stessa Zurich e collocandosi sul loro stesso livello. Ciò, però, incontra il problema, vecchio di almeno quindici anni, di un aumento di capitale, spesso auspicato, ma mai finora realizzato. Hic Rhodus, hic salta.

Questa vicenda è altresì la parte principale di un riassetto in aree del sistema bancario e finanziario mosso da ragioni completamente differenti da quelle alla base del caso Generali. Qui incrociamo il Montepaschi per il quale occorre conseguire una consistente proroga della Commissione Ue ai fini della dismissione della partecipazione pubblica di maggioranza, dopo che l’ipotesi di aggregazione con l’Unicredit è naufragata pure per gli errori commessi dal Tesoro nell’impostare la trattativa. Ma si presenta anche la vicenda Carige, in questi giorni con la necessità di definire il futuro dell’istituto dopo la richiesta per l’acquisizione da parte di Bper che aveva riscosso un’ampia attenzione. Poi sarebbe sopravvenuta l’offerta del Crédit Agricole, quindi le decisioni del Fondo interbancario di tutela dei depositi su cui occorrerà riflettere. Vi è altresì la Popolare di Bari con l’auspicata, a suo tempo, ipotesi di farne un polo per le minori banche popolari meridionali, una volta risanata e rilanciata, sotto le cure innanzitutto della Banca del Mezzogiorno con lo stimato amministratore delegato Bernardo Mattarella.

La recente obbligatoria trasformazione in spa della Popolare di Sondrio pone il problema delle forme, anche giuridiche, che consentano, per il futuro, alle Popolari trasformate con una insensata legge di non abbandonare del tutto il comparto della mutualità e della solidarietà. Le Banche di credito cooperativo si confrontano con una normativa e con controlli di Vigilanza che rischiano di confliggere con i principi di ragionevolezza, proporzionalità e sussidiarietà perché sarebbero di fatto assimilate a grandi banche. Fuori dal comparto del credito si presenta il caso Tim, con il fondo Kkr intenzionato a lanciare un’Opa non ostile, e il problema della rete. Si ripropone il caso Autostrade, per non parlare del futuro dell’Ilva. Un Governo che non ha mai voluto affrontare il tema dell’intervento pubblico in economia appare di fronte a quanto si sta muovendo in una inspiegabile posizione atarassica.

Non si tratta di invogliare al dirigismo, a violare comunque le regole del libero mercato. Ma una funzione di impulso, di moral suasion soprattutto dove sono in ballo interessi generali e, quindi, di riflessione sulle attribuzioni proprie, quale il “golden power”, appare il minimo indispensabile. Insomma, non si avverte, nei limiti di quanto gli è consentito di fare, il ruolo dell’Esecutivo. Ma non è che i Migliori sono esonerati dal fare ciò che tutti debbono fare…