Se vinci una causa civile sarà la parte soccombente a pagare tutte le spese legali affrontate nel processo. Lo stesso accade anche nel giudizio amministrativo, persino nel caso in cui sia la parte pubblica a uscire sconfitta. Non è così nel processo penale, nel quale le uniche forme di equilibrio tra le parti sono il gratuito patrocinio (cui può accedere solo colui il cui reddito non superi gli 11.500 euro) e la riparazione per ingiusta detenzione. Che ha comunque vincoli molto rigidi e tempi eterni. Che ci sia un vuoto legislativo nel nostro ordinamento è evidenziato anche dal fatto che ben 28 Stati nostri “vicini di casa”, dall’Austria alla Francia, al Lussemburgo fino alla Turchia hanno leggi ispirate al principio che, se lo Stato, dopo averti inflitto la pena di un processo che non ti sei cercato, ti ha poi assolto, magari con la formula più ampia, ti deve pagare l’avvocato. Sarebbe il minimo sindacale, verrebbe da dire, ma non è così, in Italia. Ne sa qualcosa l’avvocato Giuseppe Melzi, il quale, non solo ha subito una lunga persecuzione e nove mesi di ingiusta custodia cautelare (per la quale attende da due anni e mezzo il risarcimento), ma ha dovuto chiudere un prestigioso studio a due passi dal Duomo, 500 metri quadri e venti dipendenti, per affrontare le spese di giudizio e potersi riprendere la vita, a settant’anni.

È nato a Milano in questi mesi il “Comitato contro l’ingiustizia personale e familiare”, promosso e presieduto da Gabriele Albertini, che non solo è stato forse il sindaco più amato della sua città, ma che da parlamentare, rispolverando quella che lui con civetteria definisce sempre una “modesta” laurea in giurisprudenza, ha affrontato il problema delle ingiustizie anche dal punto di vista economico. Il suo disegno di legge, presentato nella diciassettesima legislatura con l’adesione di oltre il 60% dei senatori, modificava l’articolo 530 del codice di procedura penale impegnando il giudice, nella pronuncia di assoluzione dell’imputato, a condannare lo Stato a rimborsare tutte le spese di giudizio.

Vasto programma, ambizioso e molto coraggioso. Che lo stesso Albertini, cui non è mai mancata la caparbietà, ha riproposto lunedi scorso nella bellissima cornice di Palazzo Visconti a Milano, con il concreto sostegno di due colleghi parlamentari, Enrico Costa, avvocato e Giacomo Caliendo, ex magistrato, già membro del Csm e presidente dell’Anm, il sindacato delle toghe. Tutti e due hanno presentato disegni di legge sull’argomento, anche se il bandolo della matassa ha diversi punti di partenza. Una cosa è chiara: vietato parlare di “ingiusta imputazione”, se no i magistrati si arrabbiano.

Ma il protagonista è pur sempre l’imputato che sia stato assolto con sentenza passata in giudicato perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato. Ma alla fine, guardando la ratio dei tre disegni di legge, emerge in filigrana il ruolo che i tre, prima di arrivare in Parlamento, hanno svolto nella vita professionale: un imprenditore, un avvocato, un magistrato. È quest’ultimo, ovviamente, il più cauto. Tanto che, laddove Costa nella relazione introduttiva afferma con coraggio che l’esigenza di salvaguardare le finanze pubbliche non potrebbe mai soverchiare il diritto alla difesa e che comunque non potrebbe mai essere un problema di chi ha già sofferto la pena del processo, ecco che Caliendo tende una mano al bilancio dello Stato. E propone un risarcimento senza toccarne le tasche in modo diretto, ma con detrazioni fiscali sul reddito della persona fisica fino alla spesa concorrente di euro 10.500. Ma perché porsi il problema della spesa a carico dello Stato dei casi di “ingiusta imputazione”?