Deve aver pensato come un nativo americano in un vecchio film con Dustin Hoffman, che questo fosse il momento di morire, per un politico della sua grazia, specie ed eleganza. Povero Guglielmo Epifani, la malattia lo aveva scavato e la sua morte è come tutte le morti una tragedia, ma senza averlo di sicuro desiderato è morto come un eroe simbolico, di un mondo in avanzata via di estinzione. Quello della politica operata con compostezza geneticamente incompatibile col quaquaracquismo del Conte del Teleschermo.

Interpretava la politica come politica e non come commedia di quartiere; faceva parte di un ceto intellettuale cresciuto nella cultura anche quando operava nel sindacato. E infatti era cresciuto nella lotta e nelle trattative dove esisteva il terreno di uno scontro comprensibile e dove adesso c’è invece il vuoto. Si potrebbe aggiungere che il suo ecosistema era la libertà e non la casermetta o le piattaforme dei terrapiattisti. E aveva una idea del socialismo perché era socialista. Anzi, era stato proprio craxiano. E si ritrovò segretario del Partito Democratico quando Bersani diede forfait. Giuliano Cazzola, un altro ex segretario socialista della Cgil disse che «sembrava una vendetta postuma di Bettino Craxi perché gli eredi dei suoi nemici implacabili, il Partito comunista e la sinistra democristiana, sono stati costretti a rivolgersi a un craxiano doc come Epifani, perché il tempo in fondo è galantuomo».

La sua morte più che un vuoto politico lascia la memoria di che cosa fosse la politica e della contiguità politica di una grande area socialista in cui si consumavano attriti e persino violenze, ma era comunque un grande ecosistema. E in quell’ecosistema, in un tempo ormai remoto Bettino Craxi – che non aveva ancora capito cosa gli stesse per cadere sul collo – in uno dei suoi impeti garibaldini chiamò Walter Veltroni e Massimo D’Alema in un camper con la candida presunzione di rifondare insieme i destini dei socialisti e dei comunisti dopo il crollo dell’impero sovietico. E anche di progettare una sinistra europea in cui Craxi sponsorizzò e portò per mano proprio i suoi durissimi nemici comunisti. Ma, come dicono gli inglesi, “nessuna buona azione resterà impunita”, sicché alla fi ne accadde quel che sappiamo. Che era ancora politica a brutto muso, “merda e sangue” come diceva Rino Formica.

Guglielmo Epifani veniva da quel mondo e soltanto quando il Partito socialista tirò le cuoia sotto i macigni della tempesta perfetta, accettò di andare a fare politica di partito dopo aver vissuto sempre nel sindacato per la Cgil. E provò a mettere le mani in questo partito democratico in cui sperava fosse ancora possibile la ricostruzione. Era dotato di questa naturale eleganza fi sica e oratoria, culturale e politica, una eleganza simile ai lineamenti del suo volto e del suo corpo e con gli attrezzi usuali della cultura e del ragionamento sperimentale dovette arrendersi alla triste evidenza: l’impossibilità della costruzione di una politica riformista capace di guidare e non di seguire le urlate follie dei nuovi matti arrivati sulle piazze con i campanelli cuciti sul berretto e le maschere da pagliaccio. Quando diventarono di moda, applauditissimi a sinistra, gli assalti alla nostra Capitol Hill e cioè i forconi e le minacce a Montecitorio, i girotondi dei girotondini e le altre sporcizie scaraventate sul Parlamento della Repubblica Guglielmo Epifani disse: «Sappiamo per certo che ogni qual volta si contrappone la piazza al Parlamento lì comincia la notte della democrazia. Guai a contrapporre una forma di democrazia all’altra».

Epifani non aveva nulla dell’estremista, essendo, al contrario, del tutto ragionevole come dimostra il suo voto al Jobs Act per l’abolizione dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che tarpava le ali dell’impresa ma al tempo stesso, non amava Matteo Renzi perché non gli sembrava un socialista riformista ma un giocatore spregiudicato quanto basta per impiccarsi con la sua stessa corda. La morte di Epifani serve almeno a questo: a riflettere sul fatto che la maggior disgrazia politica di questo paese è l’inconsistenza di una sinistra capace di progettare prima ancora di governare la modernità restando fermamente ancorata alla democrazia parlamentare senza i famosi se e ma. Sapeva benissimo che l’Italia stava franando oltre i limiti estremi della coesione e della decenza democratica e repubblicana.

La sua assenza dal Pd e il suo rifugio in un piccolo gruppo di dissidenti era la prova del vuoto. E la conseguenza del vuoto è una delle cause della brulicante vivacità della destra italiana che per quanto divisa fra più liberali e meno liberali, dà tuttavia segni di elettroencefalogramma non piatto e persino capace di svolte a “U”. Nella camera ardente per Epifani gli uomini del Pd hanno l’occasione per chiedersi se e che cosa sia ancora vivo del socialismo, della politica, della cultura, delle libertà che vanno oltre la boria del non avere idee.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.