«Un dolore grande, grande davvero. Perché Guglielmo era una persona dolcissima oltre che un grande sindacalista. Abbiamo lavorato insieme nella Cgil partendo dai gradini più bassi per arrivare alla segreteria nazionale. Quando fui eletto segretario nazionale, Guglielmo divenne il mio vice. Venivamo da storie politiche diverse ma abbiamo condiviso una idea di sindacato, della Cgil che aveva al suo centro un bene superiore: l’autonomia». Sergio Cofferati fa fatica a trattenere la commozione appena appreso della morte di Guglielmo Epifani. La sua è una testimonianza di un rapporto che ha abbracciato più sfere: quella sindacale, quella politica e la sfera dell’amicizia.

La scomparsa di Guglielmo Epifani. Quali ricordi affiorano?
Tantissimi. Ricordi che diventano struggenti adesso, mentre parliamo, pochi minuti dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa. Abbiamo cominciato a frequentarci per ragioni politiche e professionali che eravamo tutti e due molto giovani. Lui era ai poligrafici e io ai chimici. E poi abbiamo fatto un percorso parallelo per qualche anno, fino a quando ci siamo incrociati nella segreteria confederale. Prima ci vedevamo nei direttivi e poi abbiamo cominciato a lavorare assieme più da vicino in Confederazione. Poi lui era diventato il vice di Trentin, sostituendo Del Turco. Io ero in segreteria, poi sono diventato segretario generale e Guglielmo era il mio vice. Devo dire che lui ha avuto una parte molto importante nella mia elezione a segretario generale. Non solo perché mi ha sostenuto ma perché, come capitava ormai da tempo, le cose più delicate e difficili di quegli anni le abbiamo condivise tutte insieme.

Quale è stato il tratto distintivo sul piano sindacale, politico ed umano di Guglielmo Epifani?
Vede, c’è una cosa che ci ha unito, partendo da versanti diversi. Guglielmo non ha mai fatto pesare la sua appartenenza politica. Non c’erano più le componenti, come venivano chiamate, perché erano state superate, sciolte. Era una delle battaglie che aveva fatto Bruno Trentin e che noi abbiamo assecondato. E senza perdere l’adesione alla rappresentanza politica che ognuno di noi due aveva, abbiamo provato, secondo me anche con qualche risultato interessante, a dare senso compiuto all’idea di autonomia. In un orizzonte esplicitamente di sinistra e riformista. Sul piano umano, era una persona dolcissima, molto affettuoso, non solo nei miei confronti ma in genere nei rapporti che aveva con le persone che lavoravano con lui o quelle con le quali interloquiva. Mai aggressivo, molto paziente anche nel cercare le ragioni di una convergenza che nel mestiere che abbiamo fatto è la cosa più importante, delicatissima. Ed è una dote che Guglielmo ha portato con sé anche quando ha ricoperto incarichi di primo piano nel Pd e successivamente nell’esperienza di LeU.

Si può dire, in conclusione, che Guglielmo Epifani è stato un grande sindacalista?
Assolutamente sì. Perché gli accordi più importanti di quegli anni, lui non solo li ha condivisi ma ha contribuito a realizzarli. Si pensi a quello del ’92-’93, prima con Trentin poi con me. Lui era lì. Con la sua tenacia e con la consapevolezza che un buon sindacalista è quello che sa porre al punto giusto l’asticella del compromesso. Che porta a casa accordi, e non testimonianza. Guglielmo è stato un riformista coerente. Fino alla fine.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.