Sono sempre meno, lo sappiamo, da anni ci dicono che i giovani sono in via di estinzione, che la popolazione sta diventando sempre più anziana, senza più ricambio generazionale. Ma anche se in diminuzione, i giovani italiani tra i 18 e i 35 anni sono oggi oltre 10 milioni, rappresentando pur sempre una quota intorno al 20% della popolazione maggiorenne. E le loro scelte possono comunque indirizzare in maniera significativa i risultati elettorali, come si è visto all’ultimo referendum sulla giustizia, dove il loro voto ha contribuito in larga misura alla vittoria del No.

Ciononostante, e al di là di questa breve parentesi, la loro presenza ai seggi elettorali negli ultimi anni è in netta e costante riduzione. Perché? Per un semplice motivo: molti giovani non amano i partiti ma amano la Politica, quella con la P maiuscola. E in questo caso si mobilitano, come per la pace, per l’ambiente, nel volontariato sociale. Cercano qualcosa di nuovo, di diverso, di alternativo al potere attuale e al vecchio modo di fare politica “politichese”. Il “teatrino della politica” non piace a nessuno, e non piace soprattutto ai giovani, con i vari personaggetti che rilasciano piccole sentenze in tutti i telegiornali, che ogni giorno parlano delle possibili micro o macro-alleanze con questa o quell’altra forza politica, se sia più giusto indire al più presto primarie oppure aspettare tatticamente che si avvicini la data del voto, se sia meglio e più produttivo cambiare il tavolo da gioco, mutare la legge elettorale a colpi di maggioranza, oppure con un dialogo serrato con le opposizioni, se sia meglio chiamarsi anti-sionisti oppure anti-israeliani, se il candidato-premier debba essere indicato prima o dopo il voto… Insomma, tutto ciò che gli italiani continuano a detestare ogni giorno di più, disertando le urne in maniera sempre più massiccia, i giovani in prima battuta.

Dopo la grande partecipazione del referendum, con livelli quasi simili al voto politico, nelle recenti amministrative il trend discendente della partecipazione è tornato a evidenziare il disinteresse sempre più avvertito nei confronti anche delle amministrazioni locali, dei sindaci, di coloro che dovrebbero essere i più vicini ai cittadini: in molte regioni si è raggiunto a stento il 50% dei votanti, in provincia di Milano siamo addirittura andati sotto la metà degli aventi-diritto che si sono recati alle urne; oltre il 47% dei lombardi si sono disinteressati della consultazione in cui dovevano decidere chi li avrebbe guidati per i prossimi cinque anni, con tutti i problemi che ci stanno capitando addosso, dalla crisi energetica alla sicurezza, dal costo della vita all’inserimento degli stranieri. Il discorso è quello di sempre: non si crede che la politica, quella nazionale come quella locale, sia in grado di fronteggiare questi problemi. Nessuno sembra aver imparato la lezione che ha suggerito il referendum: parlare di temi concreti, individuare 5 punti fondamentali su cui puntare per il futuro, sia a livello nazionale che locale, con proposte politiche chiare, concrete e monitorabili. Un cambiamento di marcia nella comunicazione e nelle tematiche da affrontare che unico può riportare al voto i giovani.

Paolo Natale

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