Il verdetto emesso dai cittadini alle ultime elezioni europee, come noto, non ha premiato per diverse ragioni il progetto politico del Terzo Polo. La scena politica italiana è caratterizzata, ormai da anni, dalla logica del bipolarismo. Le elezioni europee, in cui si è votato con il proporzionale e senza l’effetto bipolare dei collegi uninominali, sono quindi forse state l’ultima occasione per dimostrare la validità del progetto?

Per un partito che intende muoversi nel solco della tradizione riformista e ispirato a una forma di liberalismo inclusivo, la scelta, in termini di possibili alleanze, non può trovare certamente collocazione a destra. Soprattutto se questa destra difende e, anzi, promuove individualismi proprietari, interessi corporativi e chiusure settarie (nei confronti dei nuovi diritti e di nuove libertà). Una forza politica di ispirazione riformatrice dovrebbe invece battersi per la visione di una società aperta e dinamica, dove gli individui possano esprimere da sé le proprie energie in un contesto che garantisca eguali e reali opportunità per tutti. Al malessere, al disagio e alle turbolenze che attraversano la società, le destre conservatrici offrono risposte improntate in senso polemico, plebiscitario e spesso puramente repressivo: spetta perciò ai riformisti il compito di promuovere una politica all’altezza dei tempi, della “policrisi” e delle sfide epocali che ci attendono, dal cambiamento climatico all’irruzione dell’intelligenza artificiale.

Per questo è improcrastinabile la proposta di un riformismo trasformativo, capace di compiere le scelte necessarie a ristrutturare un sistema economico sul quale gravano privilegi corporativi che si scontrano con ogni esigenza di equità. Per intaccare rendite di posizione cristallizzate da decenni è necessario intervenire sulla struttura produttiva e sul mercato dei capitali. E, a seguire, riformare il sistema fiscale, che, se da un lato rispecchia il modello di società che si ha in mente, dall’altro è lo strumento per realizzarlo: a vantaggio di tutti o solo di pochi? È questa la sfida politica.

Ma l’elenco potrebbe – dovrebbe – continuare a lungo: si tratta di promuovere riforme volte a trasformare l’esistente in modo da salvaguardare il territorio, l’ambiente, la salute… Nella consapevolezza, tuttavia, che riformismo, oggi, non può più significare adattamento o mero pragmatismo, ma dev’essere in grado di risvegliare una nuova visione del mondo, di salvaguardare quella dimensione di libertà individuale mettendola al riparo dalle forme di potere che intendono comprimerla fino ad annullarla. Non c’è dubbio che la società del digitale tende, per sua stessa natura, ad essere onnipervasiva. Si tratta quindi di interpretare e di saper governare, attraverso nuove ricette liberali e socialiste, i molteplici cambiamenti epocali che stiamo vivendo.

Unicamente una forza politica capace di rompere con il sistema di privilegi che soffoca ogni iniziativa, anche solo modernizzatrice, può avere titolo a recuperare le migliori tradizioni del riformismo di matrice sia liberale che socialista. È infatti l’acuirsi delle diseguaglianze a gonfiare le vele della destra italiana ed europea. Il contrasto al dilagare delle forze conservatrici – quando non apertamente reazionarie – rende perciò quanto mai necessario ridare nuova linfa a una forza organizzata impegnata a ridurre le disuguaglianze: riformismo significa, infatti, giustizia sociale. Vuol dire saper promuovere una visione politica prima ancora che economica, e infatti esistono Stati liberisti che sono, al contempo, antiliberali. Per il filone inclusivo del liberalismo il fine non è l’economia, ma i diritti dell’uomo, che includono anche i diritti sociali. È qui che il riformismo deve trovare il giusto equilibrio con l’economia in nome di un ampliamento e non di una riduzione dei diritti, ed è proprio su questo terreno che liberalismo e socialismo si incontrano e che diventa possibile riprendere e dare nuova linfa alle due grandi eredità del Novecento: lo Stato di diritto e lo Stato sociale, intesi come conquiste di civiltà promosse dal socialismo liberale.

In questo senso, l’unione o la federazione dei riformisti può rappresentare un’alternativa alla destra attualmente egemone. Prima, quindi, devono essere affermati i valori, e le alleanze, per quanto importanti, vengono dopo. Ciò non significa che non si possano prevedere differenze anche significative circa il modo in cui la parola “riformismo” può essere di volta in volta intesa, declinata e applicata. E distinguere significa, per esempio, differenziare i riformisti a seconda del ruolo più o meno incisivo che assegnano alla politica rispetto ai mercati, ai corpi intermedi e alle organizzazioni della società civile, all’intervento pubblico e alle sue articolazioni. E precisamente sui modi e le forme di una proposta che contrasti la visione sociale della destra.

Le occasioni non mancano, a cominciare da un’ampia base di persone che chiedono da tempo ai propri leader una casa comune, un’offerta politica capace di incarnare le varie anime del riformismo (anche quello ecologista). Aprire un cantiere riformista dal basso, ripartire dai territori in modo da creare delle piattaforme di lavoro condivise: questo stesso giornale rappresenta e costituisce l’anima di questo progetto. Si tratta, dunque, di fornire un contributo autonomo quanto essenziale alla costruzione di un programma politico che rischia altrimenti di evaporare e di dissipare energie nella frantumazione di sigle che servono unicamente a dare visibilità a chi le rappresenta. Per quanto i processi politici non si facciano a tavolino, l’esistenza di un partito si giustifica unicamente sulla base dei programmi, degli interessi e delle istanze che intende rappresentare; al contrario soggetti con disegni politici identici e leader diversi non rappresentano un’offerta politica del tutto credibile. Il tempo è poco, ma forse, se questa fosse la prospettiva, non è detto che sia tutto perduto.

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