Le recenti testimonianze che giungono dagli istituti di pena italiani non sorprendono chi segue da vicino il sistema penitenziario. Sorprendono, semmai, per la loro ostinata ricorrenza: sovraffollamento, carenza di percorsi trattamentali, difficoltà organizzative strutturali. Sono criticità note, documentate, ripetutamente denunciate. Eppure restano lì, immobili, come se la loro reiterazione le avesse ormai rese invisibili al dibattito pubblico. L’Organismo Congressuale Forense non intende rassegnarsi a questa invisibilità. La questione carceraria non è una questione tecnica di capienza o di organici: è una questione costituzionale. L’articolo 27 della Costituzione è inequivoco — la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato. Quando le condizioni detentive negano la dignità della persona, si viola la Costituzione. È semplice, anche se spesso si preferisce non dirlo con questa chiarezza.

Un falso conflitto da superare

Esiste una narrazione — comoda, ma fuorviante — che presenta sicurezza e dignità come principi in tensione tra loro: garantire l’una significherebbe necessariamente sacrificare l’altra. L’Organismo Congressuale Forense rigetta questa impostazione con nettezza. Sicurezza e dignità non sono poli opposti: sono elementi complementari e inscindibili della funzione rieducativa della pena. Un detenuto che vive in condizioni degradanti non è un detenuto che si rieduca. Un sistema che non rieduca produce recidiva. E la recidiva mina la sicurezza collettiva. Il ragionamento è circolare, e il cerchio ha un unico punto di partenza: il rispetto della persona. Le misure alternative alla detenzione e l’esecuzione penale esterna non sono concessioni né privilegi: sono strumenti di politica criminale che alleggeriscono la pressione sugli istituti e che, dove correttamente applicate, riducono il rischio di nuovi reati. Rafforzarle non è un atto di clemenza verso chi ha sbagliato — è un investimento nella sicurezza di tutti.

Il nodo tossicodipendenze: una riforma che rischia di non decollare

Una delle questioni più urgenti riguarda la componente tossicodipendente della popolazione detenuta. Il Parlamento sta esaminando un disegno di legge sulla detenzione domiciliare terapeutica per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti: un provvedimento condivisibile nella filosofia di fondo, ma con lacune tecniche e finanziarie tali da rischiare di restare una mera enunciazione di principio. I numeri sono eloquenti: la platea potenziale supera le 22.000 persone, a fronte di circa 13.276 posti letto disponibili nelle comunità terapeutiche — gestite per il 97,5% da strutture private, senza alcun obbligo di accogliere inserimenti dal circuito penale. Il DDL carica queste strutture di nuovi e significativi oneri senza prevedere coperture adeguate, con il rischio concreto che selezionino gli inserimenti, escludendo esattamente i profili più complessi che la riforma intende raggiungere. A ciò si aggiunge un paradosso finanziario: parte della copertura viene reperita abrogando un’autorizzazione di spesa destinata proprio al potenziamento delle strutture riabilitative — si sottraggono risorse nel momento stesso in cui se ne accresce la domanda. Sul piano giuridico, l’OCF segnala due criticità principali. Il consenso del pubblico ministero condiziona l’accesso alla misura senza criteri sostanziali né obbligo di motivazione, con il risultato prevedibile di un’applicazione disomogenea sul territorio. Il regime di revoca, inoltre, prevede nei casi più gravi la preclusione a qualsiasi ulteriore misura alternativa, senza chiarire che la ricaduta nel consumo — evenienza clinicamente fisiologica — non costituisce di per sé violazione idonea a determinarla. Infine, desta perplessità che la segnalazione che innesca la revoca provenga dal responsabile della struttura privata di accoglienza, senza adeguate garanzie procedurali né contraddittorio con la difesa.

Il fascicolo elettronico del detenuto: una riforma attesa

In questo quadro si inserisce l’iniziativa che l’Organismo Congressuale Forense ha illustrato al CNEL, su input del Presidente Brunetta: la proposta di istituzione del fascicolo elettronico del detenuto. Non è un’idea nata in astratto — nasce da una mozione congressuale approvata a larghissima maggioranza al Congresso di Torino dell’ottobre 2025, che ha impegnato l’OCF a tradurre in norma la volontà dell’avvocatura. Il fascicolo elettronico prevede sezioni dedicate al lavoro e alla formazione del detenuto, alla sua condizione sanitaria, ai provvedimenti giudiziari e autorizzativi che lo riguardano, e garantisce l’accesso digitale del difensore ai dispositivi per i colloqui da remoto. Non è una questione di modernità tecnologica: è una questione di effettività dei diritti. Nel contesto specifico dei detenuti tossicodipendenti — dove il fascicolo sanitario e l’aggiornamento del programma terapeutico sono elementi essenziali per ogni valutazione giuridica — la lacuna digitale diventa direttamente una lacuna di tutela. L’istituzione di una piattaforma digitale strutturata è la via maestra per consentire a ciascun difensore di accedere direttamente alle informazioni cruciali del proprio assistito — strumento fondamentale non solo per l’assistenza legale, ma soprattutto per favorire il reinserimento sociale post-carcerario.

Recidiva zero: un obiettivo, non uno slogan

L’obiettivo che l’avvocatura si pone — e che l’OCF è impegnato a perseguire — è una recidiva tendente allo zero. Non è uno slogan: è la traduzione pratica di ciò che la Costituzione chiede. Ogni detenuto che torna a delinquere dopo aver scontato la pena rappresenta un fallimento del sistema, non della persona. La riforma sulla detenzione domiciliare terapeutica, se corretta nelle sue lacune, la digitalizzazione del fascicolo del detenuto, il rafforzamento delle misure alternative: non sono riformette di dettaglio, ma tasselli di una strategia che pone al centro la persona — perché è l’unico modo per costruire un sistema che funzioni davvero.
Nessuna riforma strutturale del sistema penitenziario può nascere da un’unica sede o da un’unica voce. L’Organismo Congressuale Forense ribadisce la necessità di un confronto costante e paritario tra istituzioni, magistratura e avvocatura. Non tavoli formali che producono dichiarazioni, ma sedi di lavoro concrete che individuino soluzioni sostenibili. Il sistema carcerario italiano può cambiare. La volontà politica e la collaborazione istituzionale sono le uniche variabili ancora mancanti.

Fedele Moretti

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