Si fa sempre più insistente il coro di voci che caldeggia il ritorno al confitto sociale nel nostro paese. A evocarne espressamente l’opportunità è stato per primo Maurizio Landini aprendo, la scorsa settimana, la conferenza di organizzazione della Cgil. A fargli eco il segretario generale della Uil che, spingendosi oltre, è quasi arrivato a dichiarare la necessità e l’urgenza di aprire le ostilità. Certamente ci sono ragioni interne in entrambe le organizzazioni che spingono i loro leader sulla strada dello scontro, ma è innegabile che vi siano anche motivazioni di merito difficilmente superabili.

Ad accendere le polveri potrebbe essere la richiesta di forti aumenti salariali che i sindacati, con qualche buona motivazione, potrebbero avanzare alle controparti a partire dai rinnovi contrattuali aperti e che interessano oltre 6,4 milioni di lavoratori (il 52,1% del lavoro dipendente). Le attuali norme che guidano la contrattazione salariale furono stabilite nel cosiddetto “Patto della fabbrica”. Sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, l’intesa doveva servire non solo a incrementare la competitività delle imprese e regolare la rappresentanza delle organizzazioni firmatarie ma, soprattutto, a stabilire un sistema di regole contrattuali condiviso. Una guida che avrebbe dovuto ordinare, moderare, armonizzare e garantire la contrattazione nei diversi comparti produttivi. Stipulato nel 2018, prima della pandemia e in uno scenario di relativa stabilità dei prezzi e di moderata crescita economica, l’intesa sanciva, ragionevolmente, che gli aumenti salariali dovessero seguire l’indice dei prezzi al consumo, depurato dalla dinamica dei prodotti energetici importati, così da non considerare quelle oscillazioni di breve periodo di cui spesso soffrono beni come il petrolio e altre commodities.

Ad oggi il 47,9% dei lavoratori dipendenti (circa 5,9 milioni pari al 47,7% del monte retributivo complessivo) ha rinnovato i propri contratti sulla base di quello schema. Lo hanno fatto in un periodo di inflazione vicina allo zero, con aumenti che, nel 2021, hanno comportato una crescita tendenziale delle retribuzioni contrattuali orarie dello 0,6%, in linea con quella del 2020. Si è trattata, almeno per i lavoratori contrattualizzati a tempo indeterminato, di una tutela salariale quanto meno in linea se non leggermente superiore all’inflazione. Alla luce dell’odierna dinamica di rialzo dei prezzi al consumo, pari a circa tre volte quella retributiva, dovuta in gran parte dallo spropositato aumento in un brevissimo arco di tempo degli ordinativi, dei prodotti energetici, dei trasporti e dalle materie prime importate, quelle regole contrattuali non garantiscono in alcun modo il mantenimento del potere di acquisto delle retribuzioni. Anzi, ne determinano inevitabilmente una loro diminuzione programmata e, anche se la tensione sui prezzi dovrebbe essere riassorbita nel prossimo futuro, sono in gran parte comprensibili le spinte sindacali a lanciare una vasta offensiva salariale.

I danni causati dalla spirale prezzi-salari sono ben noti. Lo ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, richiamando le conseguenze che si ebbero nel ‘73 quando, a causa della guerra dello Yom Kippur, il prezzo del greggio quadruplicò innescando una rincorsa retributiva che a sua volta aumentò l’inflazione causando una lunga crisi economica e occupazionale, che vide una inversione di rotta solo nel 1984 con i decreti di San Valentino del governo Craxi. Che vi sia un problema salariale e il pericolo, se non di una guerra totale, di una lunga e pericolosa guerriglia è evidente anche a Carlo Bonomi. Il presidente di Confindustria, pur affermando in una recente intervista che il conflitto è “l’ultima cosa che serve”, sa bene che lo scontro con il sindacato potrebbe essere inevitabile.

Non a caso chiede con forza al governo di intervenire massicciamente sul costo del lavoro, e sulla defiscalizzazione degli aumenti retributivi, uniche misure che potrebbero mantenere le future richieste di aumenti salariali compatibili con i bilanci aziendali ed evitare la divisione nel campo confindustriale tra quelle aziende che possono permettersi di pagare o che devono farlo per evitare il conflitto costrette dalle esigenze produttive, e tutte le altre già in difficoltà per la incerta situazione dei mercati, che un aumento improvviso e non programmato del costo del lavoro potrebbe rendere scarsamente competitive. Il governo non sembra però in condizioni di offrire un contesto di finanziamenti tali da garantire che i futuri rinnovi si svolgano in un sereno clima di scambio tra le parti. “Il momento di dare”, come lo aveva chiamato il presidente del Consiglio poco meno di nove mesi fa, sta rapidamente volgendo al termine.

Il rapporto tra debito e Pil, sebbene in miglioramento, è pur sempre del 150% e presto le pressioni interne ed esterne per un rientro più rapido del previsto si faranno più intense. Vi sono poi dossier aperti che richiedono l’uso di ampie risorse. Tre su tutti: fisco, previdenza, riconversione energetica. Materie a forte impatto sociale in periodi normali, che diventano esplosive in anni elettorali come quello che abbiamo di fronte. Resta un’unica strada percorribile: quella di una politica dei redditi che ponga a Governo, imprese e sindacati, ognuno per la parte che gli compete, comportamenti vincolati a penalità e premialità che consentano al Paese di sfruttare al meglio le opportunità che si sono aperte e che un conflitto sociale esteso e prolungato non farebbe che chiudere definitivamente. C’è materia in abbondanza per un accordo di alto profilo che dia a tutti i soggetti coinvolti obiettivi credibili da perseguire e consenta un’allocazione ottimale delle risorse disponibili.

La tentazione dei partiti e delle forze sociali di rincorrere vantaggi di brevissimo periodo sono forti. In ogni schieramento c’è chi punta a costruire il nemico quale collante per le maggioranze che lo sostengono, a ricorrere obbiettivi corporativi per nascondere gli scarsi risultati fin qui ottenuti e a mitigare la crisi di rappresentanza e rappresentatività in cui, da tempo, sono caduti. Sarebbe una politica miope e dannosa soprattutto per il sistema Paese. Per questo c’è da sperare che in ognuna di esse, se ancora esistono, prevalgano le forze riformiste.

Solo con un patto chiaramente definito, con responsabilità ben individuabili, azioni coordinate, verificabili e sanzionabili si può sperare di usare al meglio i prossimi mesi e porre così le basi perché quelle riforme necessarie e non più procrastinabili pongano le basi per un duraturo sviluppo economico e sociale. “Siam fratelli; siam stretti ad un patto: maledetto colui che l’infrange” cantava il coro nel manzoniano “Conte di Carmagnola”.

Catilina