In questi giorni ci siamo commossi ascoltando la storia di Giovannino, un bimbo di quattro mesi affetto da Ittiosi Arlecchino, una terribile malattia che richiede cure costanti e molto costose, e che non sempre permette di vivere. I genitori, a quanto ci è dato sapere, hanno preferito “abbandonarlo” all’ospedale Sant’Anna di Torino, nonostante l’avessero molto voluto, ricorrendo anche alla fecondazione assistita. In molti hanno chiamato l’ospedale proponendosi come genitori adottivi, una gara di solidarietà molto bella che però si è presto trasformata nel suo contrario.

La pietà per Giovannino è diventata il pretesto per il linciaggio dei suoi genitori. In molti, soprattutto sui social e suoi giornali, si sono sentiti in dovere di criticarli, attaccarli, condannarli, insultarli. Non si conosce la malattia, non si sa davvero quale sia lo stato di salute del piccolo, non si sa che cosa deve affrontare, ma (quasi) tutti si sono sentiti in dovere di puntare il dito su una scelta che per quanto distante dal proprio sentire non dovrebbe essere giudicata, almeno non da noi, non da chi ha appreso in maniera approssimativa la notizia tramite giornali e tv.

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La vicenda è tristemente emblematica. Si parte con una fuga di notizie. La scelta dei genitori non doveva essere resa pubblica e si doveva preservare una privacy che attiene alla salute del bimbo, alla sua sofferenza, al dolore e al senso di sconfitta dei genitori. Ed è assurdo che contro il ginecologo Silvio Viale che lavora al Sant’Anna, l’unico che ha preso le distanze dalla fuga di notizie e dal linciaggio, l’ospedale abbia proposto l’avvio di un procedimento disciplinare. Sotto accusa è finita la speranza da lui espressa che il bimbo, vista la sofferenza che prova, possa non sopravvivere.

Una provocazione? Pietà? Il parere di un medico che non sopporta l’ipocrisia? C’è l’impressione che rendendo pubblica la sorte di Giovannino si volesse sollevare un caso da usare per attaccare chi utilizza la fecondazione (di qualsiasi tipo) e in generale per raccontare una storia che, commuovendo, giustificasse il linciaggio. Invece proprio in questi casi, prima di tutto in questi casi, dovremmo fare un passo indietro, non giudicare senza sapere, senza conoscere, senza provare a metterci nei panni degli altri.

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Mettersi nei panni dell’Altro, anche nei panni di chi fa una scelta da noi non condivisa, è forse il passaggio oggi più difficile, quello che è stato minato da anni e anni di moralismo. Guardiamo la realtà come se fossimo spettatori, distanti e giudicanti. Pronti a puntare il dito, a lanciare la prima pietra. E non c’è destra e sinistra che tengano. In questo l’odio è molto moderno: è trasversale, perché trasversale è la convinzione che noi, non l’altro, siamo i migliori. Così Giovannino, il suo dramma, il dramma dei suoi genitori, diventa lo spartito su cui esercitare una finta bontà, una finta preoccupazione. Ciò che ci interessa non è quel bimbo, quella disperazione, quella vita. È affermare le nostre convinzioni. E a Giovannino e ai suoi genitori viene allora voglia di chiedere scusa.