Il caso Henry Nowak non è un semplice campanello d’allarme, ma la tragica conseguenza di un clima d’odio, violenza e pregiudizio edificato da anni di propaganda e sensibilizzazione sul razzismo e su come esso sia insito nella nostra società, vincolata ancora a modelli coloniali e discriminatori. Restano fresche le immagini delle orde barbariche del Black Lives Matter che hanno distrutto monumenti, divelto statue, terrorizzato i luoghi di cultura con la loro narrazione fatta di ideologismo terzomondista e melassa autoflagellatrice sulle colpe dell’Occidente e dell’Europa. Eppure il progresso di cui tanti si riempiono la bocca è il frutto di quella grandezza occidentale di cui siamo fieri e orgogliosi, ma della quale ci sentiamo in colpa.

Ma il problema non è più meramente intellettuale, ma culturale, in quanto ha devastato la nostra società, imponendo modelli e protocolli che in tempi normali — e non sono i nostri — ci avrebbero spinto a colpire i promotori con un calcio sulle terga invece di erigerli a pedagogisti e moralizzatori della nostra società. Il Woke è un virus che si è insinuato strisciando nella cultura occidentale e ha contaminato con maggiore forza i Paesi di cultura anglosassone e protestante, maggiormente secolarizzati e meno provvisti di quegli anticorpi propri dei paesi latini e della cultura derivante dalla presenza massiccia della Chiesa cattolica, e persino di una cultura a sinistra come a destra fortemente ancorata a valori occidentali, classici e lontani da culture tribali e rivendicazioni che assumono la consistenza di un razzismo al contrario.

Ma il prodotto di anni e anni di cultura woke, di campagne sul razzismo, di demonizzazioni dell’essere “Bianco, etero ecc.” è soprattutto il pregiudizio che cade su chi non rispecchia i canoni della “minoranza”. Perché il caso Henry Nowak è questo: l’epilogo drammatico di un pregiudizio razziale al contrario che può essere sintetizzato in: “sei bianco, dunque sei colpevole”. L’assassino Vicrum Digwa, di fede Sikh (comunità religiosa con finalità politiche e militari indiana fondata allo scopo di unire indù e musulmani sotto il credo di un dio unico), ha potuto serenamente godere di una apodittica valutazione di bontà, in quanto il cattivo doveva essere per forza il giovane bianco. Ed è questo che inorridisce delle immagini che, rese pubbliche al termine del processo, hanno sconvolto la Gran Bretagna e dato il via alle proteste, in un Paese stanco di scristianizzazione e islamismo: quel non credere alle parole del giovane che, prima di esalare l’ultimo respiro e di morire come ha sottolineato suo padre “senza dignità”, ha provato in ogni modo a dire agli agenti di essere stato accoltellato.

L’utilizzo del razzismo, del politicamente corretto e di tutto il complesso di violenza psicologica e condizionamento sociale del woke ha prodotto una caccia alle streghe che ha subito etichettato il nemico, scelto i caratteri somatici e nazionali dei carnefici. Perché, come disse Diderot, “dal fanatismo alla barbarie c’è solo un passo”, e cosa c’è oggi di più fanatico del woke e di quell’oikofobia che ci ha portati a propagandare posizioni che ci spingono ad odiare ciò che siamo, la nostra cultura, la nostra essenza di europei e occidentali? Chi ha scelto di dar credito al Woke ha posto su di sé il marchio dell’ignoranza e ha sacrificato la ragione in nome del pregiudizio e dell’odio (il Woke è odio); e qui, come disse Goya: “il sonno della ragione genera mostri”. E qual è il mostro più grande se non quello del pregiudizio?

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.