Morto senza dignità
Il caso Henry Nowak, il pregiudizio razziale al contrario prodotto dalla cultura woke: “Sei bianco, dunque sei colpevole”
Il caso del 18enne inglese accoltellato da un indiano scuote il Paese. L’aggressore l’aveva accusato di razzismo. La polizia gli ha creduto
Il caso Henry Nowak non è un semplice campanello d’allarme, ma la tragica conseguenza di un clima d’odio, violenza e pregiudizio edificato da anni di propaganda e sensibilizzazione sul razzismo e su come esso sia insito nella nostra società, vincolata ancora a modelli coloniali e discriminatori. Restano fresche le immagini delle orde barbariche del Black Lives Matter che hanno distrutto monumenti, divelto statue, terrorizzato i luoghi di cultura con la loro narrazione fatta di ideologismo terzomondista e melassa autoflagellatrice sulle colpe dell’Occidente e dell’Europa. Eppure il progresso di cui tanti si riempiono la bocca è il frutto di quella grandezza occidentale di cui siamo fieri e orgogliosi, ma della quale ci sentiamo in colpa.
Ma il problema non è più meramente intellettuale, ma culturale, in quanto ha devastato la nostra società, imponendo modelli e protocolli che in tempi normali — e non sono i nostri — ci avrebbero spinto a colpire i promotori con un calcio sulle terga invece di erigerli a pedagogisti e moralizzatori della nostra società. Il Woke è un virus che si è insinuato strisciando nella cultura occidentale e ha contaminato con maggiore forza i Paesi di cultura anglosassone e protestante, maggiormente secolarizzati e meno provvisti di quegli anticorpi propri dei paesi latini e della cultura derivante dalla presenza massiccia della Chiesa cattolica, e persino di una cultura a sinistra come a destra fortemente ancorata a valori occidentali, classici e lontani da culture tribali e rivendicazioni che assumono la consistenza di un razzismo al contrario.
Ma il prodotto di anni e anni di cultura woke, di campagne sul razzismo, di demonizzazioni dell’essere “Bianco, etero ecc.” è soprattutto il pregiudizio che cade su chi non rispecchia i canoni della “minoranza”. Perché il caso Henry Nowak è questo: l’epilogo drammatico di un pregiudizio razziale al contrario che può essere sintetizzato in: “sei bianco, dunque sei colpevole”. L’assassino Vicrum Digwa, di fede Sikh (comunità religiosa con finalità politiche e militari indiana fondata allo scopo di unire indù e musulmani sotto il credo di un dio unico), ha potuto serenamente godere di una apodittica valutazione di bontà, in quanto il cattivo doveva essere per forza il giovane bianco. Ed è questo che inorridisce delle immagini che, rese pubbliche al termine del processo, hanno sconvolto la Gran Bretagna e dato il via alle proteste, in un Paese stanco di scristianizzazione e islamismo: quel non credere alle parole del giovane che, prima di esalare l’ultimo respiro e di morire come ha sottolineato suo padre “senza dignità”, ha provato in ogni modo a dire agli agenti di essere stato accoltellato.
L’utilizzo del razzismo, del politicamente corretto e di tutto il complesso di violenza psicologica e condizionamento sociale del woke ha prodotto una caccia alle streghe che ha subito etichettato il nemico, scelto i caratteri somatici e nazionali dei carnefici. Perché, come disse Diderot, “dal fanatismo alla barbarie c’è solo un passo”, e cosa c’è oggi di più fanatico del woke e di quell’oikofobia che ci ha portati a propagandare posizioni che ci spingono ad odiare ciò che siamo, la nostra cultura, la nostra essenza di europei e occidentali? Chi ha scelto di dar credito al Woke ha posto su di sé il marchio dell’ignoranza e ha sacrificato la ragione in nome del pregiudizio e dell’odio (il Woke è odio); e qui, come disse Goya: “il sonno della ragione genera mostri”. E qual è il mostro più grande se non quello del pregiudizio?
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