La tragedia di Laila, le morti bianche che si susseguono a centinaia. Il Riformista ne parla con Romina Mura, parlamentare Pd e neo presidente della Commissione Lavoro alla Camera. Un tema di stringente, drammatica attualità: «C’è una cosa in particolare che sta a cuore a tutti noi, a me certamente e più di ogni altra cosa. Bisogna fare qualcosa poter migliorare una situazione inaccettabile sul piano della sicurezza sul lavoro. Rivolgo un pensiero commosso e affettuoso a tutti coloro che volevano bene a Laila El Harim. Due mesi fa era la D’Orazio e così via, ogni giorno. È stato fatto molto ma occorre fare molto di più». Ad affermarlo ieri, in un incontro con i cronisti è il premier Mario Draghi. Fare qualcosa… Intanto, le morti bianche continuano.

«Le macchine devono funzionare come si deve. La sicurezza viene prima. Ogni giorno attorno a quella fustellatrice c’era un elettricista, c’erano dei problemi». «Credo che si debba, in qualche modo, andare oltre al senso dell’inchiesta. Devono essere le autorità e la politica, a pretendere la verità su cosa è successo alla mia Laila. Glielo dobbiamo. Non si può morire sul lavoro, non deve succedere più». Così Manuele Altiero il compagno di Laila, quarantenne morta sul lavoro nel modenese. Mai più. E invece le morti bianche continuano.
Partiamo da una questione preliminare: solo quella collettiva è la dimensione in cui i lavoratori possono esprimere soggettività e costruire e conquistare diritti. La nota buia di questa epoca è proprio la solitudine dei lavoratori. Su questo sfondo, il compagno di Laila ha drammaticamente ragione. Non si può morire sul lavoro e ripeterlo non è retorica. Dobbiamo combattere l’insidia dell’assuefazione, coltivare l’indignazione e intervenire in una normativa complessa. La nostra Repubblica pone il lavoro dignitoso fra i suoi valori fondanti, e sottolineo dignitoso, ma le realtà e i soggetti con cui mi sto confrontando da presidente della commissione Lavoro rivelano che a una emergenza sociale permanente si aggiungono le troppe zone grigie della ripresa post pandemia.

Quale impatto ha avuto questo periodo di malattie, morti e chiusure?
La produzione deve tornare a regime recuperando un anno e mezzo di sospensioni e riduzioni che troppi italiani hanno pagato con l’impoverimento. Ma ciò non può avvenire in contesti di sicurezza precaria, senza investimenti sull’ammodernamento dei processi produttivi, con turni massacranti e spesso contratti che aggirano le regole e non rispettano prerogative e diritti fondamentali. La politica ha il compito di promuovere e far rispettare un rinnovato patto sociale fra impresa e lavoro, ed esserne parte. Sembrava ci fossero le premesse per farlo. Governo, sindacati e associazioni imprenditoriali hanno convenuto che prima di procedere a licenziamenti avrebbero valutato tutte le altre opzioni attivabili, dagli ammortizzatori sociali ai contratti di espansione. Il patto è stato subito infranto: abbiamo visto licenziamenti via Whatsapp e morti sul lavoro a causa di macchinari manomessi per andare più veloci. Dev’essere chiaro che se non si rispetta l’accordo, le risorse del Pnrr e tutte le altre di cui disponiamo rischiano di essere vanificate. Nel nostro Piano di ripartenza c’è la transizione verso un sistema produttivo sostenibile: vale anche dal punto di vista sociale. Il lavoro di qualità, sicuro, giustamente retribuito e produttivo è il primo e più importante tassello, la premessa.

L’Italia è il paese della proliferazione delle leggi. Anche in materia di sicurezza sul lavoro. C’è un problema, però: mancano gli ispettori per garantirne l’attuazione. Non è una vergogna?
Sono in corso procedure per l’assunzione di nuovi ispettori e il ministro Orlando vuole dar loro più forti poteri d’intervento. Personale che serve per controllare un Paese in cui una miriade di piccole e medie imprese sono spina dorsale del sistema produttivo. Già ora i risultati delle ispezioni sono allarmanti, con quasi l’80% delle aziende controllate nel 2020 risultate irregolari. Chiaro segnale che in Italia manca la cultura della sicurezza, nel pubblico e nel privato, nelle imprese e nei lavoratori. Esempi? Autotrasportatori che spesso non trovano adeguate aree di sosta per riposarsi dopo ore e chilometri di guida. Lavoratori che in certi cantieri edili devono salire su ponteggi e impalcature improvvisate, operatori che non utilizzano maschere e dispositivi di sicurezza prescritti, perché non consegnati oppure perché manca la consapevolezza dei rischi. All’elusione delle più elementari norme di sicurezza si aggiungono negligenza individuale e scarsa o inesistente formazione alla sicurezza.

Come si può arginare questo disastro?
Intervenire si può. Si deve controllare e si deve investire molto di più in prevenzione: si autorizzi l’Inail a utilizzare parte del suo attivo (quest’anno 40 miliardi) in progetti di formazione per imprese e lavoratori proprio in materia di sicurezza sul lavoro. Prevenzione e formazione sono la strada meno costosa e più sostenibile per le casse dello Stato e per le imprese, significano meno incidenti mortali e inabilitanti ma anche minori costi. È la scelta più qualificante anche guardando alla crescita e alla produttività. Rispetto alla sicurezza dei luoghi di lavoro va rafforzata la medicina territoriale del lavoro, un presidio che nel corso degli anni è stato smantellato. Per questo ci sono i fondi del Pnrr ma serve anche un’inversione di marcia delle Regioni.

La butto giù brutalmente: a sinistra sembrano stare più a cuore i diritti civili che quelli sociali. Gli operai non fanno audience elettorale?
Non è vero. La sinistra rispetto a tutti i lavoratori deve certo porsi molti interrogativi, ma la realtà è che spesso dove non ci sono diritti sociali non ci sono diritti civili e viceversa. La libertà individuale di essere famiglie, di avere dei figli: vengono meno quando il lavoro non c’è, è precario o povero. Il diritto di non essere discriminati in virtù del genere: i dati dicono che se sei donna in Italia vieni retribuita di meno, e chi non lavora raramente è libero. Il legame fra diritti sociali e civili è stretto, ma l’Italia paga un prezzo enorme soprattutto a causa delle disuguaglianze territoriali, generazionali e di genere. È stato il Pd a volere la destinazione vincolata di parte delle risorse del Pnrr all’occupazione femminile e giovanile. Ma il Pd deve essere capace di parlare e farsi ascoltare da tutti i lavoratori, in particolare da coloro che non si sentono difesi da partiti o sindacati, e finiscono sfruttati o risucchiati da dinamiche del rancore, talvolta in episodi violenti. Rispetto a partite Iva, lavoratori autonomi, somministrati, lavoratori dei subappalti o di alcuni segmenti di logistica, alla sinistra in particolare spetta tornare a essere soggetto di relazione e condivisione.

Per aver proposto una tassazione sulle successioni per i super ricchi per favorire i diciottenni, Letta è stato tacciato di essere a capo del “partito delle tasse”. Ma le disuguaglianze sociali non si combattono anche così?
Come Biden negli Stati Uniti mi verrebbe da dire. In un Paese con quasi 6 milioni di poveri assoluti e oltre il 30% di disoccupazione giovanile, il problema non è Letta che propone una misura redistributiva, ma piuttosto avere politiche attive e formative che diano un lavoro a chi lo ha perso o a chi non riesce a trovarlo. Un chiodo fisso deve essere la battaglia contro la povertà. Quella individuale, quella comunitaria e quella educativa. Chi si trova a fronteggiare periodi di difficoltà deve essere aiutato e poi essere supportato nel reinserimento nel mercato del lavoro.

E veniamo così al reddito di cittadinanza. Draghi ha detto di “condividere il concetto base”. Che cosa ne pensa?
Occorre intervenire sul reddito di cittadinanza, trasformarlo in un effettivo strumento contro la povertà, accessibile a tutti coloro che ne hanno bisogno, per un periodo congruo e condizionandolo a un percorso formativo che poi consenta il reinserimento sociale. Tutti gli strumenti che sostengono il lavoratore nel periodo di disoccupazione involontaria devono prevedere strumenti formativi e di supporto funzionali alla ricollocazione nel mercato del lavoro. Lo prevede la riforma degli ammortizzatori sociali su cui lavoriamo con il ministro Orlando. Credo poco al luogo comune dei giovani pigri e choosy appollaiati sul divano di casa a prendere il sussidio piuttosto che andare a lavorare. Diciamo la verità. Spesso i lavori stagionali o i cosiddetti lavoretti vengono proposti a condizioni retributive e di prestazione davvero inaccettabili. Spesso i nostri giovani non hanno le competenze richieste dalle imprese. E allora devono essere formati, con l’istruzione tecnica superiore e migliorando l’istituto dell’apprendistato. Altrimenti chi ha le doti alimenta la fuga di cervelli e chi non può resta sempre più emarginato, in particolare nel Mezzogiorno.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.