In memoria di un combattente. In ricordo di un amico. Saeb Erekat, storico capo negoziatore palestinese e segretario generale dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), è morto ieri all’età di 65 anni. Era stato ricoverato d’urgenza presso il Centro medico Hassadah di Gerusalemme ed era stato posto in terapia intensiva dopo che le sue condizioni erano peggiorate. Erekat, che nel 2017 era stato sottoposto al trapianto di un polmone negli Stati Uniti, era risultato positivo al coronavirus lo scorso 8 ottobre. Dopo il recupero dall’intervento negli Usa, Erekat aveva ripreso quasi completamente l’attività. Da quando è scoppiata la pandemia di coronavirus, non aveva lasciato la Cisgiordania, dividendosi tra Ramallah e Gerico, dove viveva con la moglie e i figli. Erekat era nato il 28 aprile 1955, nel quartiere Abu Dis di Gerusalemme Est, ed è il sesto di sette figli.

Gli sono sopravvissuti sua moglie e i suoi quattro figli. Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere Saeb Erekat trent’anni fa. E per trent’anni abbiamo mantenuto contatti continui. Sempre disponibile, Saeb era davvero la memoria storica della dirigenza palestinese impegnata prima nel complesso, e quello sì storico, disgelo tra Israele e l’Olp di Yasser Arafat. Di quella “diplomazia sotterranea” che portò nel settembre del 1993 alla firma, sul prato della Casa Bianca, degli accordi di Washington, con la stretta di mano in mondovisione tra gli ex nemici di una vita, Yitzhak Rabin, allora primo ministro di Israele, e Yasser Arafat, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, di quell’evento che avrebbe dovuto cambiare il corso della storia in Palestina, Saeb era stato uno degli artefici. Caparbio, determinato e, al tempo stesso, consapevole che una pace giusta, duratura, tra pari non poteva che nascere da un incontro a mezza strada tra due diritti egualmente fondati: quello alla sicurezza per Israele, uno Stato indipendente, entro i confini del ’67 e con Gerusalemme Est come capitale, per i palestinesi.

Da quello storico 13 settembre sono trascorsi ventisette anni, più di un quarto di secolo. La pace è lontana dalla Terrasanta, ma Saeb non ha mai smesso di crederci, di battersi, di negoziare. E di portare le ragioni della causa palestinese all’attenzione dei media internazionali, troppo spesso colpevolmente disattenti, perché i riflettori non si spegnessero su un popolo oppresso, sotto occupazione. Ha negoziato con primi ministri israeliani di destra, centro, sinistra, che farne l’elenco prenderebbe una pagina. «Non siamo noi a scegliere i nostri interlocutori, non invadiamo il campo altrui», ebbe a dirmi non so più quante volte. E lo ha fatto, Saeb. Anche con premier falchi come Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu. Eppure, non dimenticherò mai quella sera a Gerico, nel suo ufficio, poche ore dopo l’annuncio dell’assassinio di Rabin da parte di un giovane zelota israeliano, Yigal Amir, la sera in cui, con una commozione irrefrenabile, si lasciò andare, lui di solito così composto, apparentemente freddo, a dire, in lacrime: «Ora tutto cambierà, in peggio». Ma lui a stringere la “pace dei coraggiosi” ci ha provato fino all’ultimo dei suoi giorni.

Una delle ultime, se non l’ultima, intervista concessa in esclusiva a un giornale cartaceo italiano, fu a Il Riformista (9 giugno 2020), nella quale spiegò il secco “no” della dirigenza palestinese al “Piano del secolo” di Donald Trump: «Semmai il contrario. È proprio perché crediamo nel negoziato che respingiamo un piano che di fatto distrugge il dialogo. Il piano Stati Uniti-Israele è una palese violazione dei principi fondamentali del diritto e dell’ordine internazionale e una conferma che la “Visione per la pace” di Donald Trump è realmente intesa a trasformare l’occupazione della Palestina da parte di Israele in un’annessione permanente, negando al popolo palestinese il suo inalienabile diritto all’autodeterminazione. Il piano di annessione del presidente Trump è una sfacciata e ottusa tabella di marcia per imporre una realtà di uno Stato con due sistemi, un vero e proprio regime di apartheid, violando i pilastri della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza». E dalle colonne di questo giornale, lanciò un appello alla comunità internazionale. «Sanzionate chi vuole annientare il popolo palestinese».

«Noi non chiediamo la luna – ebbe a dirmi in un’altra nostra conversazione: sappiamo bene che la pace è un compromesso che chiede ai contraenti di rinunciare a una parte delle proprie aspirazioni, dei propri sogni, dei propri diritti. È quello che i Palestinesi hanno scelto di fare quando, con Yasser Arafat, hanno abbracciato la soluzione a due Stati, con lo Stato di Palestina da realizzare entro i confini del ’67. Pace in cambio dei Territori, si è detto e scritto. Una pace fondata sul rispetto delle risoluzioni Onu, della legalità internazionale, aggiungo io». Una pace fondata sulla soluzione a “due Stati”. Quella che Joe Biden, 46mo presidente degli Stati Uniti, intende rilanciare. Ma Saeb non sarà, stavolta, della partita.