«Non siamo in vendita al miglior offerente, ma sappiamo riconoscere gli amici veri, soprattutto quando si manifestano in un momento così drammatico per il popolo palestinese che sotto occupazione deve far fronte al Coronavirus. La Cina ha dimostrato una solidarietà come pochi altri Paesi al mondo, certo più degli Stati Uniti e, purtroppo, della stessa Europa. E agli aiuti sanitari ha accompagnato un supporto economico fondamentale per la nostra economia e un sostegno politico tanto più importante a fronte del piano di annessione deciso dal nuovo governo israeliano». È la memoria storica dei negoziati con Israele, e l’immagine internazionale della leadership palestinese. Saeb Erekat ha assunto il ruolo che fu a suo tempo di Yasser Arafat: capo del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Erekat spiega il senso delle relazioni sempre più strette tra Pechino e Ramallah: la bandiera rossa non sventola a Ramallah, ma tra Xi e Trump, i Palestinesi hanno scelto il cinese. E lancia un appello alla comunità internazionale: «Sanzionate chi vuole annientare il popolo palestinese».

Dallo scoppio della pandemia, i rapporti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) con la Repubblica Popolare Cinese si sono intensificati e di molto. La bandiera rossa sventola sulla Muqata (il quartier generale del presidente Mahmoud Abbas in Cisgiordania)?
No (risponde con una risata Erekat, ndr). Sulla Muqata sventola una sola bandiera: quella nazionale palestinese. Ormai ho perso il conto di quanti Paesi, secondo una propaganda ostile, ci avrebbero comperati o voluto farlo: nell’elenco entrerebbe anche l’America di Trump. Ma noi non siamo in vendita, non sono in vendita i nostri diritti nazionali, la nostra causa. Ma questo non vuol dire non saper riconoscere gli amici veri. E la Cina è tra questi. Le nostre relazioni sono state sempre improntate all’amicizia tra i due popoli, e da capo negoziatore palestinese posso testimoniare che i dirigenti cinesi non hanno mai interferito nei negoziati con Israele, a differenza di altri. Mi lasci aggiungere che mentre il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha cancellato dal 2018 i finanziamenti americani all’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ndr), la Cina ha incrementato i suoi finanziamenti all’Agenzia Onu, garantendo anche il sostegno politico.

Ma questa amicizia non impone dei prezzi da pagare?
E quali sarebbero? La Cina sostiene da tempo la soluzione “a due Stati”, riconosce il diritto dei Palestinesi a un loro Stato indipendente entro i confini del ’67 e con Gerusalemme Est come capitale. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato le risoluzioni 242 e 338 che avevano come principio quello della “pace in cambio dei Territori”, così come ha condannato la colonizzazione israeliana e respinto con fermezza il piano di annessione da parte d’Israele di territori palestinesi occupati. L’ambasciata cinese, a differenza di quella americana, non si è trasferita a Gerusalemme. In Medio Oriente, non mi pare che siano presenti militari cinesi, e fino a qualche tempo fa, fino a quando non è stato bacchettato dai suoi amici di Washington, lo stesso Netanyahu si faceva vanto dei rapporti con Pechino, come dimostra il progetto comune di ampiamento del porto di Haifa. Mi si spieghi, per favore, perché dovremmo rifiutare il sostegno cinese. Migliorare le condizioni di vita in Palestina, offrire opportunità di lavoro per i nostri giovani, è una politica lungimirante di una grande potenza globale, qual è la Cina.

Il popolo palestinese si batte per vedere riconosciuti i propri diritti. Un principio che dovrebbe avere un carattere universale. Eppure, in una recente dichiarazione dell’ufficio del presidente Mahmoud Abbas, rilanciata dall’agenzia Wafa, recita quanto segue: «La presidenza riafferma il supporto dello Stato di Palestina al diritto dell’amica Repubblica Popolare Cinese di preservare la propria sovranità, rifiutando i tentativi di destabilizzare la propria integrità territoriale, compresa Hong Kong». Non è questo un prezzo politico pagato?
Vede, il popolo palestinese sa sulla propria pelle cosa significhi vedere minacciata e poi cancellata la propria integrità territoriale. Solo per restare alla storia moderna, il popolo cinese ha pagato un altissimo tributo di sangue per difendere il proprio Paese dalle mire espansionistiche del Giappone. Noi auspichiamo una soluzione pacifica della crisi di Hong Kong, ma non chiudiamo gli occhi di fronte al tentativo degli Stati Uniti di strumentalizzare quelle proteste per alimentare lo scontro con la Cina, l’ossessione di Trump.

Se guardiamo all’Africa, vediamo che la penetrazione cinese avviene attraverso gli affari, piuttosto che con le armi. Un modo diverso per raggiungere lo stesso obiettivo: estendere la propria influenza geopolitica. Non è un mistero che l’economia palestinese sia sull’orlo del collasso, e l’aiuto cinese può risultare decisivo…
La crisi della nostra economia è il prodotto dell’occupazione israeliana. A darne conto sono rapporti di organismi internazionali, come la Banca Mondiale, che certo non possono dirsi filo-palestinesi. La Cina ha un grande progetto: la realizzazione della nuova Via della Seta e per farlo ha interesse a migliorare le relazioni con i Paesi arabi. E una soluzione equa della questione palestinese può essere un ottimo biglietto da visita.

Vicini a Pechino, lontani come mai in passato da Washington. Il no al Piano Trump significa la fine di quel lungo processo negoziale del quale lei è stato uno dei protagonisti assoluti?
No, semmai il contrario. E proprio perché crediamo nel negoziato che respingiamo un piano che di fatto distrugge il dialogo. Il piano Stati Uniti-Israele è una palese violazione dei principi fondamentali del diritto e dell’ordine internazionale e una conferma che la “Visione per la pace” di Donald Trump è realmente intesa a trasformare l’occupazione della Palestina da parte di Israele in un’annessione permanente, negando al popolo palestinese il suo inalienabile diritto all’autodeterminazione. Il piano di annessione del presidente Trump è una sfacciata e ottusa tabella di marcia per imporre una realtà di uno Stato con due sistemi, un vero e proprio regime di apartheid, violando i pilastri della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza.

Un j’accuse durissimo…
Questo piano di annessione è una raccolta di posizioni israeliane, molte delle quali sono state presentate alla lettera dalle controparti israeliane in precedenti negoziati. In questo contesto, l’annuncio della leadership palestinese che la Palestina è assolta da tutti gli accordi firmati con Israele non è venuto fuori dal nulla. La Palestina è rimasta impegnata a rispettare i principi del processo di pace in Medio Oriente per tutto l’ultimo quarto di secolo. Ma Israele ha ancora colto ogni opportunità per sconfiggere il raggiungimento della pace, trasformando questo processo in un totale fallimento. Di conseguenza, la recente decisione della Palestina è un rifiuto di questo fallimento e l’affermazione che la nostra nazione non può e non vuole pagare i costi dell’occupazione di Israele, delle politiche illegali e delle violazioni dei suoi obblighi derivanti dagli accordi firmati. È tempo di un cambiamento di rotta, attraverso il quale la comunità internazionale riterrà Israele responsabile.

Come dovrebbe concretizzarsi questo cambiamento?
La comunità internazionale può fermare l’annessione, ma solo se applica le stesse misure concrete che ha continuamente rifiutato di adottare. La cessazione dell’annessione inizia con l’imposizione di sanzioni contro un Paese che non ha mai rispettato i suoi obblighi più elementari in base alle risoluzioni dell’Onu, agli accordi firmati e ai trattati internazionali. Le politiche di responsabilità contro l’occupazione israeliana sono essenziali. Ma paesi come la Germania, l’Ungheria, l’Australia, il Brasile, il Canada e gli Stati Uniti stanno facendo il contrario: impedendo alla Corte penale internazionale di indagare sui crimini commessi nella Palestina occupata. Questo sforzo viene facilmente preso come un’approvazione delle politiche illegali di Israele che gli hanno permesso di espandere i suoi insediamenti coloniali a più di 600.000 coloni oggi. Chi sostiene “più carote” per le relazioni con il nuovo governo israeliano non ha ancora riconosciuto ciò che le altre “carote” hanno creato negli ultimi 53 anni: un regime di apartheid. Il database pubblicato dalle Nazioni Unite che elenca le società che traggono profitto dall’occupazione israeliana dovrebbe essere preso sul serio. Queste aziende dovrebbero cambiare rotta o affrontare il boicottaggio.