«Quello presentato dal presidente Trump non è un piano di pace. È un piano di resa per i palestinesi. È il de profundis della soluzione a due Stati, è il via libera all’annessione da parte d’Israele di Territori palestinesi occupati. Noi ci batteremo in ogni sede perché questo piano venga respinto. Per noi è una lotta esistenziale». Lo dice Ryad al-Malki, ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). «I nostri diritti non sono in vendita – avverte al-Malki – così come in vendita non è Gerusalemme».

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel presentare il “piano del secolo” ha affermato che è una occasione storica per i palestinesi per far nascere un loro Stato.
Questa è una falsità storica. Ma di quale Stato parla il presidente Trump! Una sorta di bantustan senza neanche il controllo dei suo confini, del tutto dipendente da Israele, a partire dalle risorse idriche.

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha bollato il piano americano come «una cospirazione che non passerà» perché «Gerusalemme non si baratta», mentre la Giordania ha messo in guardia dalle «conseguenze pericolose di qualsiasi misura unilaterale possa essere adottata da Israele». Siamo al muro contro muro?
Per quanto ci riguarda siamo alla difesa della legalità internazionale e delle risoluzioni Onu che questo piano cancella, concedendo a Israele ciò che nessun predecessore di Trump aveva mai fatto: modificare unilateralmente i suoi confini, annettersi gli insediamenti, liquidare definitivamente la questione dello status di Gerusalemme.

Lei insiste nell’indicare la soluzione fondata sul principio “due popoli, due Stati” come l’unica praticabile. Perché?
Perché è l’unica che può ripristinare la legalità internazionale in Palestina. Un principio contemplato nelle risoluzioni Onu che Israele non ha mai rispettato, un principio che guida anche la mai realizzata Road Map del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue e Onu, ndr). Noi non ci siamo mai discostati da questo tracciato. È Israele ad aver lavorato sul campo per rendere impossibile questa soluzione. Ed ora Trump legittima questa pratica.

A cosa si riferisce?
Alla colonizzazione dei Territori. Una politica unilaterale imposta con la forza, spacciata come una necessità per la sicurezza d’Israele. Ma con l’espropriazione delle terre palestinesi in Cisgiordania, con la pulizia etnica perpetrata a Gerusalemme Est, la sicurezza non c’entra niente. C’entra la determinazione dei governanti israeliani a praticare la politica dei fatti compiuti. Qui sta la responsabilità della Comunità internazionale: continuare a parlare di una soluzione a due Stati e poi non aver fatto nulla per impedire che Israele minasse questa soluzione. Tuttavia, noi non ci arrendiamo. Sappiamo di essere nel giusto quando rivendichiamo il nostro diritto all’autodeterminazione; un diritto che non nega quello d’Israele alla sicurezza o, addirittura, all’esistenza. Il popolo palestinese non si batte per uno Stato in meno, quello d’Israele, ma per uno Stato in più, quello di Palestina. Accettare il piano Trump-Netanyahu sarebbe la negazione di tutto questo. Noi siamo pronti a sederci a un tavolo negoziale con il Quartetto per il Medio Oriente, ma non sulla base del piano statunitense. D’altro canto , l’amministrazione Trump ha smesso sin dal suo nascere i panni del mediatore per vestire la casacca israeliana.

«L’accordo del secolo sembra scritto in modo tale che i palestinesi non potessero fare altro che rifiutarlo. E forse questo era il piano». Lo scrive su Haaretz uno dei più autorevoli giornalisti israeliani, Noa Landau. È così?
Non faccio un processo alle intenzioni. Ma so che quel piano allontana la pace e rischia di incendiare ancor di più il Medio Oriente. Che cosa sia per Israele questo piano lo ha fatto intendere chiaramente Netanyahu, annunciando un voto già domenica da parte del governo israeliano sull’annessione unilaterale della Valle del Giordano e delle colonie in Cisgiordania.

Se ciò avvenisse, l’Autorità nazionale palestinese uscirà dagli accordi di Oslo?
Non si esce da qualcosa che l’attuazione del piano Trump-Netanyahu cancella di fatto.

C’è il rischio di una nuova escalation di violenze. Hamas incita alla resistenza armata.
Farlo sarebbe cadere nella trappola israeliana: ridurre la questione palestinese a un problema di sicurezza. Allo stesso tempo, però, rivendichiamo il diritto ad una resistenza popolare, non violenta. E su questo chiediamo la solidarietà internazionale. Il popolo palestinese non si arrenderà.

Cosa si sente di chiedere in questo momento all’Europa?
Di essere coerente con quanto ha sempre sostenuto, un accordo di pace deve fondarsi sulla soluzione a due Stati. E coerenza vuol dire oggi rigettare il piano americano.

Il piano Trump mette sul tavolo cinquanta miliardi di dollari per i palestinesi. Qual è la sua risposta?
La causa palestinese non è in vendita. Non ha prezzo. È vero, la nostra economia è in grande difficoltà, ma la ragione fondamentale è l’occupazione israeliana. Come si può sviluppare l’agricoltura quando le nostre terre vengono requisite dagli israeliani, quando i coloni distruggono i nostri alberi, quando ci negano le risorse idriche! Ci tenete alle nostre condizioni di vita? Bene, lascateci liberi di realizzare i nostri progetti in uno Stato indipendente.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.