«Il 2 marzo non si decide solo chi governerà Israele. In gioco è la tenuta stessa del nostro sistema democratico, le fondamenta dello stato di diritto. Di fronte a questo scenario, occorre dare un segno importante di discontinuità con il passato, mettendo da parte le divisioni e privilegiando le ragioni dell’unità. Per questo, per la prima volta nella storia, Labour e Meretz (la sinistra pacifista) si presenteranno uniti. E questo all’interno di un processo di unificazione che porterà alla costituzione di un nuovo soggetto politico a sinistra». Ad annunciarlo, in questa intervista esclusiva concessa a Il Riformista è il leader del Partito laburista israeliano, Amir Peretz, già sindaco di Haifa e ministro della Difesa. «La sinistra – rimarca Peretz – ha rappresentato una parte fondamentale nella vita politica d’Israele, fin dalla nascita dello Stato ebraico. Puntiamo a costruire un’alternativa al governo delle destre assieme a Kahol Lavan (Blu-Bianco, il partito centrista guidato dall’ex Capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Benny Gantz, ndr). Ma un’alleanza è tanto più forte quanto più è in grado di valorizzare le diverse identità e parlare a settori della società che non si riconoscono solo in una componente centrista».

Il 2 marzo Israele torna alle urne per elezioni anticipate, le terze in nemmeno dodici mesi. Quella che si preannuncia è una campagna elettorale segnata da colpi bassi, attacchi personali, veleni. Siamo alla notte della democrazia per Israele?
Il rischio c’è. Perché esiste una emergenza democratica che non ha precedenti nella storia d’Israele.

Da cosa nasce questa emergenza?
Dall’atteggiamento assunto da Benjamin Netanyahu. Un atteggiamento irresponsabile, perché da primo ministro, e non da leader di un partito, ha usato il suo potere, la sua influenza, per attaccare pesantemente un potere autonomo, la Magistratura, arrivando a sobillare la piazza contro un inesistente golpe. In politica le parole pesano. E quelle utilizzate da Netanyahu, prima e dopo le elezioni dello scorso 17 settembre, pesano come pietre.

Il variegato fronte delle destre si presenta unito nell’indicare come premier del futuro governo, in caso di vittoria, Benjamin Netanyahu. Quanto ad unità, come stanno le cose nel centro-sinistra?
Le forze di centro e quelle di sinistra devono trarre insegnamento dagli errori commessi in passato. Divisi si perde, ma si perde anche quando un partito pensare di poter “cannibalizzare” gli alleati…

A chi si riferisce?
A Kahol Lavan (Blu-Bianco). Noi laburisti abbiamo indicato Benny Gantz come premier incaricato nel corso delle consultazioni del capo dello Stato (Reuven Rivlin, ndr). Ed è una indicazione che vale anche per il futuro, riconoscendo a Gantz, che io ho conosciuto e apprezzato personalmente quando ero ministro della Difesa e lui capo di stato maggiore delle Idf (le Forze di difesa israeliane, ndr), le capacità per unire il Paese laddove la destra l’ha diviso, lacerato. Ma per quanto ambizioso, Gantz non può pensare di poter ottenere la maggioranza assoluta, e per contrastare le destre occorre valorizzare una coalizione plurale, unita su alcuni punti fondamentali di un governo di svolta, ispirato ad una visione d’Israele sulla giustizia sociale, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, una pace nella sicurezza con i Palestinesi che sia alternativa a quella delle destre. Una coalizione nella quale ogni componente porta come dote il proprio tratto identitario, i legami con i diversi settori della società, settori che il centro non può attrarre.

La storia della sinistra, negli ultimi decenni, è una storia fatta di divisioni, di perdita di consensi anche nei settori ad essa tradizionalmente legati…
Non lo nego, ma la storia della sinistra israeliana è anche la storia di Yitzhak Rabin e Shimon Peres, è la storia dei pionieri del sionismo, dei fondatori dello Stato d’Israele. Dobbiamo guardare al futuro, ma questo non significa smarrire la memoria di ciò che siamo stati, di ciò che la sinistra ha realizzato nel corso dei decenni nella quale è stata forza di governo. Ma non voglio sottrarmi alla sua domanda. Con il Meretz abbiamo avviato un processo di unificazione che non è in funzione delle elezioni del 2 marzo. Non vuol essere una operazione elettoralistica che, se si limitasse a questo, avrebbe fiato corto e vita breve. È nostra intenzione dare vita a un nuovo soggetto politico, che non sia la sommatoria dei due partiti, ma che sia capace di aprirsi, già nella fase costituente, ai movimenti della società civile e alle migliori energie intellettuali che negli ultimi tempi hanno vivacizzato la vita politica d’Israele. Senza memoria non c’è futuro, ma se la sinistra non si rinnova profondamente il suo destino è segnato.

Separati, nelle elezioni del 17 settembre, il Labour ha ottenuto 6 seggi, un risultato alquanto deludente, e il Meretz, che si era presentato nella lista Campo democratico assieme al partito dell’ex premier Ehud Barak, ha raggiunto quota 5. L’unione nasce dalla paura di scomparire?
No, è l’espressione della volontà di essere decisivi nel dar vita ad un governo che chiuda definitivamente con l’era Netanyahu. Mi lasci aggiungere che 11 seggi farebbero del Labour-Meretz la quarta forza alla Knesset. Ma riteniamo di poter andare oltre, puntando soprattutto sulle questioni sociali, parlando ai settori della società più penalizzati dalla politica dei governi delle destre. Vogliamo rappresentare la sinistra dei diritti, sociali, civili, delle minoranze. Non è solo un problema di programmi, ma di visione, di una idea di democrazia che si discosta radicalmente da quella delle destre.

E quale sarebbe l’idea di democrazia di cui le destre si farebbero portatrici?
Una idea populista, che nega quel principio di legalità che è a fondamento di uno stato di diritto.