Ha stracciato il suo rivale interno. Almeno per gli iscritti al Likud, lui resta sempre “King Bibi”, il primo ministro più longevo nella storia d’Israele. Sarà dunque Benjamin Netanyahu a guidare il fronte delle destre alle elezioni anticipate, le terze in nemmeno un anno, in programma per il 2 marzo 2020. Neanche le accuse di corruzione hanno scalfito la sua leadership, anzi, l’hanno rafforzata. Con il 72,5% delle preferenze (41.792 voti) il 70enne capo di governo ha vinto le primarie del Likud, travolgendo lo sfidante Gideon Sa’ar, fermo al 27,5%. La percentuale di voto è stata del 49,3% degli oltre 100mila aventi diritto. «Una vittoria enorme», ha commentato su Twitter Netanyahu, «grazie ai membri del Likud per la fiducia, il sostegno e l’amore». «Ieri abbiamo avuto ragione non solo del maltempo ma anche di quanti già oggi diffondono fake news contro di noi. Coloro non hanno avuto successo, anche se quasi tutti i mezzi di comunicazione si erano mobilitati contro di me» ha scandito “Bibi”, con la voce roca per i numerosi comizi tenuti negli ultimi giorni.

Il premier ha poi espresso riconoscimento verso quanti gli hanno confermato la fiducia. «Io do l’anima per il Paese. Ho combattuto per voi e voi avete combattuto per me. Vi ringrazio». «Guiderò il Likud verso una grande vittoria alle prossime elezioni e continueremo a guidare Israele verso successi senza precedenti», si è detto convinto Netanyahu, alle prese non solo con le terze elezioni generali in 12 mesi, ma anche con l’incriminazione per corruzione. L’ex ministro degli Interni e dell’Istruzione ha riconosciuto la sconfitta e annunciato comunque l’appoggio a Netanyahu. «È stata una prova di fiducia straordinaria – dice a Il Riformista Yuval Steinitz, uno dei fedelissimi di Netanyahu, coordinatore della campagna per le primarie -. Chi sperava in una congiura interna ha fatto male i suoi calcoli. Il Likud si riconosce in pieno in un leader che ha fatto il bene del Paese e che oggi i suoi nemici sperano di poter battere non con il consenso popolare ma attraverso la via giudiziaria». «Le primarie del Likud non hanno cambiato niente», è il primo commento di Avigdor Lieberman, leader del partito laico di destra Israel Beiteinu, che per due volte quest’anno si è rifiutato di entrare in una coalizione guidata da Netanyahu. «Oggi è chiaro più che mai che né Benyamin Netanyahu né Benny Gantz (leader del partito centrista Blu-Bianco, ndr) sono interessati a formare un governo unitario liberale. Puntano entrambi ad un loro governo ristretto, col sostegno dei partiti ortodossi». Da parte sua il presidente della Knesset Yoel Edelstein (Likud) – che non si era schierato né con Netanyahu né con Saar – ha espresso la convinzione che dopo le primarie il partito saprà darsi la coesione necessaria per conseguire una netta vittoria nelle prossime elezioni politiche. Di certo, concordano gli analisti politici a Tel Aviv, quella che attende Israele è una campagna elettorale segnata da un clima di odio, di colpi bassi, da una radicalizzazione estrema che rischia di travolgere le basi stesse dell’unica democrazia che vive in Medio Oriente. «Con ipocrisia, cinismo e veleno, è iniziata la terza stagione elettorale di Israele in un anno», titolava Haaretz a commento dell’ennesima trattativa fallita.

«Al peggio non c’è mai fine verrebbe da dire assistendo alla miserabile rappresentazione che il ceto, perché tale si è ridotto ad essere, politico sta offrendo al Paese – dice Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano , raggiunto telefonicamente nella sua casa a Gerusalemme – Non c’è uno straccio di visione, un benché minimo confronto di idee, di programmi, tutto si riduce ad inappagate ambizioni personali, ad una insaziabile voracità di potere. Ci sarebbe bisogno di una rivolta morale, di uno scatto d’orgoglio nazionale, ma forse è solo un’illusione. La politica non deve sperare che a risolvere la crisi di sistema in atto sia la magistratura», aggiunge Sternhell. Quanto alla sinistra, «se vuole ancora ragione d’esistere – rimarca lo storico israeliano – deve smettere d’inseguire la destra sul suo terreno, ma farsi portatrice di una idea di cambiamento che sappia unire, mobilitare, creare entusiasmo soprattutto tra i giovani». Ma la sua è una luce di speranza che si perde nella lunga notte della democrazia in Israele.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.