È la memoria storica dei negoziati con Israele, e l’immagine internazionale della leadership palestinese. Saeb Erekat ha assunto il ruolo che fu a suo tempo di Yasser Arafat: capo del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Erekat motiva la bocciatura del “Piano del secolo” da parte palestinese, e araba, e annuncia il “contro pia-no” che sarà al centro dell’offensiva diplomatica palestinese. «Chiunque sottoscriva il piano del presidente Trump o quei pochi che suggeriscono che questo documento potrebbe essere preso come base per qualsiasi impegno nei negoziati – afferma Erekat – stanno chiaramente dicendo al popolo palestinese di accettare un crimine di guerra come base per qualsiasi colloquio. Chiaramente, non si tratta di respingere una proposta di pace. Si tratta di dire di no al tentativo di legittimare il furto, per non dire altro, come strumento nelle relazioni internazionali». Il messaggio di Erekat è rivolto alla comunità internazionale, soprattutto all’Europa: «Date una possibilità alla pace, non all’apartheid».

 

Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi martedì scorso, il Presidente palestinese Mahmud Abbas ha ribadito un no secco al “Deal of the Century” dell’amministrazione Trump. Ciò significa la fine di quel lungo processo negoziale del quale lei è stato uno dei protagonisti assoluti?
No, semmai il contrario. E proprio perché crediamo nel negoziato che respingiamo un piano che di fatto distrugge il dialogo. Una visione di pace non può mai significare legittimare le violazioni del diritto internazionale. Il piano del Medio Oriente “Peace to Prosperity” di Donald Trump, presentato alla Casa Bianca, ha fatto proprio questo. È un piano annessionista che definisce bene la cecità politica, l’arroganza e l’ignoranza dell’attuale amministrazione americana. Mentre sia Israele che l’amministrazione Trump cercano di fuorviare il mondo con le promesse di un “futuro migliore”, resta il fatto che la sinergia ideologica tra i due leader populisti di destra condivide solo una visione: l’apartheid.

Un’accusa durissima.
Questo piano di annessione è una raccolta di posizioni israeliane, molte delle quali sono state presentate alla lettera dalle controparti israeliane in precedenti negoziati. È un piano negoziato tra coloni israeliani e rappresentanti degli Stati Uniti che sono aperti sostenitori degli insediamenti illegali israeliani nei Territori palestinesi occupati. Quel piano delinea un percorso verso l’apartheid come testimoniato dalla mappa che hanno presentato, e non due Stati. Sostenere che l’annessione e la colonizzazione, manifestamente illegali ai sensi del diritto internazionale, dovrebbero essere normalizzati come il risultato del loro piano, costituisce un pericoloso precedente per qualsiasi paese potente per imporre qualsiasi realtà ritenga necessaria, anche in violazione del diritto internazionale. La logica distorta della squadra di Trump suggerisce che raggiungere la pace significa accogliere tutti i desideri degli estremisti israeliani. Il piano sostiene decisa-mente la perpetuazione dell’occupazione coloniale israeliana in Palestina e la frammentazione della sua terra. Concede a Israele il pieno controllo di Gerusalemme e legalizza i suoi insediamenti, il trasferimento della sua popolazione nel territorio palestinese.

Il presidente Abbas ha annunciato un contro piano palestinese. Su quali basi si fonderà?
La nostra visione della pace si basa sulla fine dell’occupazione israeliana, verso il raggiungimento di uno Stato indipendente e sovrano della Palestina ai confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Questa è la concessione storica per la pace che abbiamo fatto nel 1988, accettando il controllo di Israele sul 78% della Palestina storica. Chiediamo una libera Palestina che coesista in pace, sicurezza e prosperità con il resto della regione. Tutte le questioni relative allo status permanente dovrebbero essere risolte in modo equo che rispetti il diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. L’Arab Peace Initiative sarà il punto di accesso per ulteriori relazioni diplomatiche e commerciali tra le varie parti. Garantire che la comunità internazionale sia consapevole di ciò che stanno facendo sia Israele che l’amministrazione Trump non è sufficiente. Salvare le prospettive di pace richiede impegno, ponendo fine all’impunità di Israele, prevenendo la possibilità di annessione e fornendo le condizioni per colloqui significativi basati sui termini di riferimento concordati a livello internazionale per il processo di pace in Medio Oriente. Mi lasci aggiungere che un negoziato non può durare in eterno, altrimenti non di negoziato si tratta ma di una farsa che nessun dirigente palestinese, neanche il più disposto al compromesso sarà mai disposto ad avallare. Sappiamo bene quali siano le condizioni di vita nei Territori, sappiamo bene della sofferenza patita dalle nostre sorelle e fratelli della Striscia di Gaza, sottoposti da undici anni all’assedio israeliano, una punizione collettiva che va contro il diritto internazionale e la stessa Convenzione di Ginevra. Non voglio nascondere gli errori commessi dalla dirigenza palestinese, dei quali sento un peso e una responsabilità personali, ma ciò di cui sono, siamo convinti è che solo una Palestina libera in uno Stato indi-pendente può avere la possibilità di crescere economicamente, di migliorare le condizioni di vita della propria gente. Noi non chiediamo la luna: sappiamo bene che la pace è un compromesso che chiede ai contraenti di rinunciare a una parte delle proprie aspirazioni, dei propri sogni, dei propri diritti. È quello che i Palestinesi hanno scelto di fare quando, con Yasser Arafat, hanno abbracciato la soluzione a due Stati, con lo Stato di Palestina da realizzare entro i confini del ’67. Pace in cambio dei Territori, si è detto e scritto. Una pace fondata sul rispetto delle risoluzioni Onu, della legalità internazionale, aggiungo io. Cosa c’è di estremista in questo ragionamento?

Lei fa riferimento ai confini del 67. Ma in cinquantatré anni la realtà è cambiata.
Assolutamente sì, ma ciò non significa che una pace giusta e duratura possa essere la registrazione di una realtà imposta unilateralmente da una delle parti. Una pace giusta non è la ratifica dei rapporti di forza sul campo. Il nostro contro piano ha un altro importante principio su cui si fonda, oltre il rispetto della legalità internazionale: il principio di reciprocità. Se Israele vuole discutere di ritocchi ai confini del ’67, dico: discutiamone. Ma reciprocità non significa accettare da parte nostra l’annessione a Israele di territori della Cisgiordania in cambio di pezzi di deserto. Uno scambio limitato è negoziabile, ma non deve pregiudicare la compattezza territoriale dello Stato di Palestina.

C’è chi parla di una «intifada diplomatica» da parte palestinese.
Quella che stiamo avviando è un’iniziativa diplomatica a tutto campo, con l’obiettivo di avere il più ampio sostegno internazionale al nostro “contro piano”, chiedendo ai Paesi che lo sosterranno di essere pronti a impegnarsi nella sua verifica sul campo, attraverso una forza di interposizione come quella dell’Onu in Li-bano.

Lei fa riferimento a Unifil2, a guida italiana. Potrebbe esserlo anche in Palestina?
Sì. A guida italiana o europea. Noi siamo pronti a sostenerla.

Il 2 marzo Israele torna al voto. Sulla questione palestinese e sul “Piano del secolo” non sembrano esserci differenze sostanziali tra Netanyahu e il suo principale sfidante, Benny Gantz. Quali sono le aspettative dei palestinesi?
Francamente, nessuna. Per raggiungere una pace giusta, tra pari, ci vogliono lungimiranza e coraggio. Rabin li aveva, oggi, purtroppo, è un’altra storia