Una fotografia inquietante di una società, in parte, malata. E senza memoria. Dal 2004 a oggi – rileva l’ultimo rapporto di Eurispes presentato giovedì all’Università La Sapienza di Roma – è aumentato il numero di coloro che pensano che la Shoah non sia mai avvenuta: erano solo il 2,7%, oggi sono il 15,6%. In aumento, sebbene in misura meno eclatante, anche chi ridimensiona la portata della Shoah dall’11,1% al 16,1%. Inoltre, secondo l’indagine, riscuote nel campione un “discreto consenso”, 1 italiano su 5, l’affermazione secondo cui «molti pensano che Mussolini sia stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio» (19,8%). Secondo la maggioranza degli italiani, recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati, che non sono indice di un reale problema di antisemitismo nel nostro Paese (61,7%). Parte da qui l’intervista concessa a Il Riformista da Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica romana.

Cosa racconta il rapporto Eurispes soprattutto nella parte dedicata all’antisemitismo in Italia?
Per certi versi ciò che emerge è la dimostrazione allarmante del fallimento di una società intera che ha pensato, sbagliando, di poter contrastare l’antisemitismo facendo un esercizio di memoria che però è stato delegato al ricordo dei testimoni, dei sopravvissuti ai lager nazisti, senza una riflessione comune e una analisi puntuale di come la società civile stia pericolosamente degenerando su modelli di superficialità, individualismo e strumentalizzazione della stessa memoria. Mi lasci aggiungere che questi dati ci preoccupano ma non ci sorprendono. E questo perché da alcuni anni abbiamo la chiara percezione che attorno alla memoria della Shoah stia venendo meno un presidio culturale e questo nonostante l’incessante lavoro delle istituzioni, delle scuole e delle comunità ebraiche. I dati Eurispes devono quindi sollecitare una riflessione generale su come trasmettere alle prossime generazioni la storia della Shoah, anche nella prospettiva di quando verranno a mancare tutti i testimoni diretti. Il negazionismo non è solo una offesa per gli ebrei ma una volgare manipolazione della storia che deve preoccupare l’intera società.

Senza memoria non c’è futuro, ammoniva il premio Nobel per la pace Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah. Ma oggi si sta facendo il dovuto per sconfiggere l’oblio?
Come comunità ebraica cerchiamo di fare molto, ma se questo lavoro non è sostenuto, condiviso, presidiato anche dalle istituzioni che ne hanno la primaria responsabilità, il rischio è quello di non essere ascoltati, e soprattutto di assistere, come purtroppo stiamo vedendo, a nuove e diverse forme di antisemitismo, razzismo, negazione e banalizzazione del Male.

Tra queste nuove forme di antisemitismo c’è anche l’antisionismo?
Assolutamente sì. Perché negare il diritto dello Stato ebraico di esistere, proprio per la sua connotazione ebraica, è di fatto il disconoscimento del diritto di esistere del popolo ebraico. Non riuscendo a colpire gli ebrei nelle forme e nei modi di quel terribile passato, si è costruito un modello di negazione di esistere attraverso la negazione del diritto di esistere dello Stato ebraico.

Quando si fa riferimento al futuro, il discorso non può non cadere sui giovani. Come comunità ebraica siete molto sensibili e attivi su questo tema, ma quali sono, dal vostro punto di vista, i limiti, le difficoltà, incontrati in questo lavoro?
È un lavoro che deve essere costante e non può essere relegato a singole occasioni, quali i “Viaggi della Memoria” che sono peraltro privilegio di pochi, o affidarsi alla buona volontà di comunicatori, insegnanti o singoli rappresentanti, ma deve essere invece un impegno e un monito costante e una priorità del dibattito e un’azione che punti a sconfiggere i seminatori di odio antisemita e razzista.

Perché l’Ebreo è ancora oggi per questi seminatori di odio l’emblema di una diversità che viene vissuta e affrontata come una minaccia da estirpare?
Perché di fronte alle diversità, e chi meglio degli ebrei la rappresenta da millenni, non c’è una cultura di riconoscimento e di riconoscenza, sì di riconoscenza, ma anzi la diversità fa ancora paura e permette di infondere insicurezza e indebolire la coscienza di molti. Insisto su questo punto, perché alimentare l’idea della diversità come pericolo, come minaccia, diventa lo strumento per raccogliere consensi, aggregare e reclutare forze e persone al servizio delle ideologie più pericolose.

Se dovesse individuare tre campi su cui convogliare un’azione costante e propositiva per contrastare l’antisemitismo e l’odio verso le diversità, quali indicherebbe?
La scuola, i social e una attenzione particolare al linguaggio comune e all’utilizzo delle parole, che non sono solo strumenti di divulgazione del pensiero ma possono diventare armi pericolose.

Se dovesse raccontare in breve a un millennial cosa è stata la Shoah, come la descriverebbe?
Come la volontà di un continente intero di sterminare un popolo, cancellandone ogni traccia nel presente e nel passato, nelle forme e nei modi più disumani che la Storia abbia conosciuto.