«L’indignazione non può essere a intermittenza, legata al momento, in reazione a fatti particolarmente gravi, siano scritte vergognose come quelle apparse in Italia, o le continue profanazioni dei cimiteri ebraici o le brutali aggressioni contro ragazzi “colpevoli” di portare la kippah. L’indignazione non deve essere una medicina salva-coscienze, tanto per dirsi “io non sono uno di quei pazzi e non li giustifico”». A sostenerlo è Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. Dal suo ufficio, Zuroff coordina lo sforzo in tutto il mondo del Centro Wiesenthal per individuare i criminali di guerra nazisti e consegnarli alla giustizia. Negli ultimi quattro decenni, Zuroff ha personalmente dato la caccia e portato in tribunale decine di ex nazisti e collaboratori, da ufficiali a semplici guardie di campo passando per comandanti dei campi di sterminio. Tutti loro si erano rifatti una nuova vita dopo il 1945.

Solo qualche giorno fa, i leader mondiali si sono riuniti a Gerusalemme per celebrare i 75 anni della liberazione di Auschwitz. Sono riecheggiate parole di indignazione e il ripetere “mai più”. Ma basta l’indignazione per contrastare l’antisemitismo che rialza la testa in Europa?
No, non può bastare. L’indignazione è una reazione immediata ad un fatto che si avverte particolarmente grave, che va oltre il livello di tollerabilità. L’indignazione può essere la leva per far scattare l’allarme generale, ma se resta fine a se stessa diviene solo una medicina per tranquillizzare la coscienza. Oggi l’Europa non ha bisogno di “tranquillanti’” ma di ben altro…

Di cosa ha bisogno dottor Zuroff?
Della consapevolezza che l’odio razzista e antisemita non solo non è stato estirpato ma che rischia di diventare un cancro capace di minare mortalmente le società democratiche. Vede, per noi del Centro Wiesenthal la memoria di ciò che ha significato l’odio verso l’Ebreo l’abbiamo mantenuta, coltivata, perché siamo convinti che senza memoria non c’è futuro. Sui nostri tavoli continuano ad arrivare notizie di episodi di antisemitismo che scandiscono la quotidianità in Europa: cimiteri profanati, lapidi distrutte o imbrattate con i simboli nazisti o con frasi dispregiative verso gli Ebrei, bambini picchiati solo perché vanno in sinagoga o indossano la kippah… Questi fatti, tutt’altro che isolati, dovrebbero far riflettere tutti, non solo chi ha responsabilità politiche e istituzionali, ma anche i mezzi d’informazione e l’opinione pubblica; riflettere in particolare sul contesto nel quale l’odio cresce alimentandosi di vecchi stereotipi e mascherandosi sotto nuove vesti…

Quali sarebbero queste “nuove vesti” dell’antisemitismo?
L’antisionismo. Imperante sui social, o nelle scritte che inneggiano alla lotta contro i “sionisti assassini”. Ecco, questo antisionismo maschera l’antisemitismo, perché alla fine ciò che s’intende mettere sotto accusa, non è la politica di un Governo ma l’esistenza di uno Stato e del suo popolo. Si deve avere se non il coraggio, quanto meno l’onestà intellettuale di definire le matrici dell’antisemitismo, oggi: e una di queste è il radicalismo islamista. Denunciarlo non significa sostenere l’equazione musulmano = antisemita, ma mettere in evidenza come un clima di odio verso gli Ebrei cresca in ambienti segnati dal fondamentalismo islamico. Lo vediamo monitorando i loro siti e quelli di gruppi di estrema destra e di estrema sinistra in Europa. Cambiano i toni, i simboli, ma il messaggio veicolato è sempre lo stesso: senza gli Ebrei non solo la Palestina sarebbe libera ma il mondo sarebbe migliore. Quello che propagandava Goebbels e che oggi torna di attualità: la guardia è stata pericolosamente abbassata, il Mein Kampf si vende liberamente in tante librerie europee o si può acquistare via internet. Partiti che si ispirano al nazifascismo, e che in funzione antisemita abbracciano la causa palestinese con argomenti che si ritrovano nella propaganda jihadista, vengono tollerati, legittimati con la consolatoria affermazione che rientrando nel gioco democratico possono essere contenuti…

E invece?
Invece avviene il contrario. Perché da questa legittimazione, questi movimenti traggono forza, si presentano come forze nazionali, estendono la loro propaganda, additando i diversi da sé come dei nemici contro cui fare fronte. Ecco allora ritornare di attualità la figura dell’Ebreo usurpatore, che ha in mano la finanza mondiale decidendo le sorti delle varie comunità nazionali se non del pianeta. Questi messaggi attecchiscono soprattutto tra le giovani generazioni, quelle più esposte ad una propaganda pervasiva…

Basta la repressione per contrastare il nuovo antisemitismo?
Certo che no, ma questa considerazione non deve in alcun modo giustificare il lassismo o l’indulgenza verso quei gruppi, partiti, movimenti che fanno dell’antisemitismo, comunque declinato, il proprio elemento identitario. Questi movimenti vanno banditi dal consesso democratico perché della democrazia, intesa come rispetto e difesa del pluralismo culturale, ideale, religioso, sono nemici mortali. Quando faccio questi discorsi, qualche amico europeo mi dice «Efraim hai ragione, ma se li mettiamo fuorilegge rischiamo di farne delle vittime»…

E lei come risponde a questa osservazione?
Una democrazia che crede ancora nei suoi valori fondativi, in principi che sono stati alla base della civiltà europea, non deve aver paura di difendersi da quanti quei valori e quei principi li osteggiano apertamente e vorrebbero cancellarli. Democrazia non significa che tutto sia lecito in nome della libertà di opinione. No, le cosiddette “opinioni” di chi scrive “morte agli Ebrei, morte a Israele”, altro non sono che incitamento all’odio. Chi fa questo, chi torna a far circolare i “Protocolli dei Savi di Sion”, non è meno colpevole di quelli che picchiano ragazzi ebrei o massacrano fino alla morte, come è avvenuto non molto tempo fa in Francia, un’anziana signora scampata ad Auschwitz. I mandanti, quale che sia l’ideologia che li ispira, sono più pericolosi degli esecutori.

Dottor Zuroff, lei dirige il Centro Wiesenthal, l’uomo che ha legato la propria, straordinaria esistenza alla caccia ai nazisti. Un impegno che ha caratterizzato anche la sua di vita. Cosa c’è alla base di questo impegno?
Potrei risponderle dicendo che per capire bisognerebbe almeno una volta nella vita, visitare lo Yad Vashem o raccogliersi nel Mausoleo dedicato ai bambini, 1,5 milioni, uccisi nei campi nazifascisti. Ma non è solo per loro, per onorare la loro memoria, che è nato il Centro Wiesenthal, il cui impegno non è legato soltanto alla caccia ai nazisti rimasti in vita. Il nostro impegno guarda al futuro, perché sappiamo, avendolo combattuto per una vita, che quella tragedia potrebbe ripetersi, in forme diverse, certo, ma potrebbe ripetersi. Il tempo passa per tutti, e tra non tanto, i sopravvissuti ai lager lasceranno questa terra. Ma con loro non devono portare la memoria di ciò che ha significato l’antisemitismo, delle atrocità consumate in suo nome. Abbiamo il dovere di far vivere quella memoria, trasmettendola ai giovani. E darne riconoscimento a quanti a questo hanno dedicato la loro esistenza, a mantenere in vita una memoria collettiva che non va sepolta nell’oblio”.