«Non si costruisce la pace umiliando un popolo. Credo nella potenza dell’ascolto, e la comunità internazionale dovrebbe ascoltare le voci che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania: voci di sofferenza, di disperazione, ma anche voci di tanti che non rinunciano a rivendicare il diritto di vivere da donne e uomini liberi in uno Stato indipendente». Ad affermarlo è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace nel 1976. Nata a Belfast da famiglia cattolica, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo Paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un’auto di cui aveva perso il controllo un membro dell’esercito repubblicano irlandese, colpito poco prima a morte da un soldato inglese. A seguito di quella tragedia la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha condiviso il Nobel, il movimento “Donne per la pace”. Maguire è anche presidente della Nobel Women’s Initiative, la fondazione che unisce le donne insignite di questo prestigioso riconoscimento.

Dopo la presentazione del “Piano del secolo” di Donald Trump, i Territori tornano a infiammarsi: scontri e morti in Cisgiordania, (tre giovani palestinesi uccisi) un attentato a Gerusalemme (15 soldati israeliani feriti), raid israeliani su Gaza dopo il lancio di razzi palestinesi dalla Striscia. Quello della violenza è l’unico “linguaggio” parlato e praticato in Terrasanta?
Sono da sempre fautrice della disobbedienza civile e della resistenza non violenta. Ho vissuto gli anni terribili della guerra in Ulster e la mia famiglia ha pagato un prezzo pesantissimo in quel conflitto. Ho imparato allora la potenza del dialogo, dell’unirsi per chiedere pace, perché l’altro da sé non venisse visto come un nemico ma come qualcuno con cui incontrarsi a metà strada. Ma Israele sta abusando della sua forza, e nel farlo commette un grave errore.

Quale?
L’errore d’illudersi che la pace e la sicurezza possano essere garantite e preservate dalla forza militare. Non è così. La pace, per essere davvero tale, deve coniugarsi con la giustizia. Senza giustizia non c’è pace. E non c’è pace quando un popolo è sotto occupazione, quando viene derubato della sua terra o segregato in villaggi-prigione. Quello palestinese è un popolo giovane, e intere generazioni sono nate e cresciute sotto occupazione, passando da un conflitto all’altro, senza speranza, con la sola rabbia come compagna. E dove c’è rabbia, dove la quotidianità è sofferenza, è impossibile che cresca la speranza.

Lei ha visitato più volte Gaza e altre volte è stata respinta da Israele. Come ci si sente nei panni di “nemica d’Israele”?
Quei “panni”, per usare la sua metafora, io non li ho mai indossati. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi discriminazione e odio. Io mi sento amica d’Israele e un amico vero è quello che prova a convincerti che stai sbagliando, che proseguendo su una certa strada finirai male. È questo che provo a dire agli israeliani: riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente, al fianco del vostro Stato, porre fine all’embargo a Gaza e alle inumane punizioni collettive, è fare onore a voi stessi, alla vostra storia. È investire su un futuro di pace che non potrà mai essere realizzato con le armi. Lo ripeto: non si può spacciare l’oppressione come difesa. Questo è immorale. La colonizzazione non favorisce la pace, ma alimenta l’ingiustizia. Da tempo nei Territori vige un sistema di apartheid e denunciarlo non significa essere “nemica d’Israele” e tanto meno antisemita. Significa guardare in faccia la realtà.

La questione palestinese sembra essere uscita dall’agenda dei leader mondiali.
È terribile il solo pensare che per “far notizia” si debba usare l’arma del terrore. È una cosa terribile, contro cui continuerò a battermi in ogni dove. La violenza è un vicolo cieco, un cammino insanguinato. Ma cinque milioni di palestinesi non sono diventati tutto ad un tratto dei “fantasmi”. Non si sono volatilizzati. Continuano a vivere sotto occupazione e sotto un’apparente “tranquillità” cresce la rabbia, la frustrazione, sentimenti sui quali possono far presa gruppi estremisti. Per questo occorre rilanciare il dialogo dal basso, favorire le azioni non violente, la disobbedienza civile, e in questa pratica unire palestinesi e israeliani, musulmani, cristiani, ebrei, come riuscimmo a fare noi in Irlanda del Nord, marciando insieme cattolici e protestanti. E poi c’è la diplomazia, la politica, che è fatta anche di atti simbolici che possono avere in prospettiva un grande peso.

Un atto del genere quale potrebbe essere a suo avviso?
Il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un atto politicamente forte, che faccia rivivere l’idea di una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”. Sarebbe un bel segnale se fosse l’Europa, come Unione e non solo come singoli Paesi membri, a rilanciare questa prospettiva. In nome di una pace nella giustizia. La pace vera. Un mondo senza guerra e violenza è possibile.

Lei parla della forza del dialogo. Ma dopo la presentazione del “Piano del secolo”, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, ha deciso di azzerare le relazioni con Stati Uniti e Israele.
Non voglio invadere campi che non sono di mia pertinenza né sostituirmi a leader politici. Ma so, per esperienza diretta, che la pace non si può imporre dall’esterno e, soprattutto, non può non tenere conto delle aspettative di ambedue i contraenti. Non mi pare che il Piano presentato dal presidente degli Stati Uniti vada in questa direzione né aiuti il dialogo. Quello palestinese, come lo è un altro popolo che ho imparato a conoscere e ad amare, quello siriano, è un popolo fiero di sé, della propria identità nazionale e che ama la sua terra. E quel “sua” è indicato, nei confini, da due risoluzioni delle Nazioni Unite. Una pace giusta è una pace tra pari. Ma questa visione non la ritrovo nel piano americano. Un piano troppo squilibrato, unilaterale, divisivo. E per questo ingiusto.