Il giornalista è un cinico bugiardo. Per scrivere un buon pezzo farebbe qualunque cosa. Per esempio, tradire la sua fonte. Anche se è un amico, o se gli si è fatto credere di essere amico per carpirne notizie. Accidenti, che atto d’accusa questo intrigantissimo “Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcolm (traduzione di Enzo D’Antonio, con una postfazione di Emmanuel Carrère, Adelphi), anche lei importante giornalista. Eccellente libro scritto con stile asciutto tipicamente americano dell’inchiesta, o meglio della non fiction, che in certi momenti ricorda l’immortale “A sangue freddo” di Truman Capote, più volte citato. È un libro, al fondo, su un dilemma etico: può un giornalista o uno scrittore far finta di essere dalla parte del protagonista, con cui si è messo d’accordo per dividere gli utili che proverranno dal libro che deriverà da una certa storia, per poi scrivere esattamente il contrario, cioè che l’“amico” è uno psicopatico?

Sembra solo un tema di deontologia professionale. Ma Malcolm va molto in profondità. Giungendo negli abissi profondi della morale, cioè di quella cosa che fa di un uomo un uomo. La vicenda è apparentemente semplice. Nel 1970 vengono scoperti il cadavere di una donna e delle sue due figliolette. Il marito, Jeffrey Mac Donald, viene accusato del barbaro assassinio. Lui nega. Le prove ci sono e non ci sono. Mac Donald incarica il giornalista mezzo squattrinato Joe McGillis di farci un libro così da scagionarlo. Come detto, i profitti verranno spartiti, tanto è sicuro che sarà un best seller. Infatti lo diventa. Nel processo, il giornalista entra a fare parte del collegio di difesa: osserverà meglio la situazione. Però Mac Donald viene riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo. In carcere legge il libro di McGillis, che negli anni era diventato suo fraterno amico, e scopre con orrore che il giornalista era completamente convinto che l’“amico” fosse colpevole. Di lì partirà una causa per diffamazione da parte di Mac Donald, un uomo condannato a vita per omicidio.

A quel punto l’autrice del libro, Janet Malcolm, lavora sul caso parlando con molti protagonisti della vicenda, tra i quali soprattutto Mac Donald, recluso in una prigione californiana. Quello che lei cerca di capire non è se il condannato fosse davvero colpevole – questo non lo sapremo mai – ma se il giornalista avesse il diritto, sulla base di ciò che era intercorso tra i due, di conquistarne la fiducia e poi tradirlo. Diventandone amico, fingeva? Era dunque un rapporto fondato su una bugia? O non era invece, come sostengono gli avvocati del giornalista, una “non verità” adoperata per arrivare alla verità, dunque un peccato veniale a fin di bene? Nella postfazione, Emmanuel Carrère elogia molto questo libro. Mettendo a verbale una difesa del giornalista. Non sempre sono tutti come McGillis. E tuttavia, le inquietanti domande morali che vengono fuori da “Il giornalista e l’assassino” non hanno risposte definitive e sicure.