Todo Modo
Il libro che racconta l’onestà di un imprenditore atipico
Non mi si dica nulla, di coautore, prefatore, editore, et cetera. Faccio tabula rasa di tutti i connessi che sono propri di una pubblicazione; io su questo libro (Sebastiano Buglisi, con Antonio Armano, “L’antimafia dei fatti. Vita di un siciliano atipico”, Baldini e Castoldi, Milano 2026) non accetto suggerimenti: perché l’autore l’ho conosciuto di persona e con lui la sua fattura umana forgiata da traversie, rischi, avversità di ogni natura.
Sebastiano Buglisi è un gran signore, di sapienza antica, un “self made man” che viene da lontano e che dopo tanti anni ha deciso di trasferire al discorso pubblico la sua esperienza di imprenditore che ha lottato contro i clan; il suo intraprendere in Sicilia, in Puglia, nei territori del Sud, ma anche in aree settentrionali dove, come ha scritto Sciascia, la “linea della palma” si è alzata, è stata un’avventura da piccolo odisseo. Una esistenza individuale, quella di Sebastiano, che dà lezioni di vissuto, le quali segnano il suo percorso di uomo e di uomo del fare.
La prima è il rispetto per le radici e per le generazioni che ci hanno preceduti e da cui proveniamo. “Il padre di Sebastiano si chiamava Gaetano”, il primo figlio porta il nome del nonno, che era andato in Somalia ed Eritrea: la campagna d’Africa gli aveva fruttato “qualche lira”; il che consentì al contadino Gaetano di affrancarsi dalla colonia, quando “si cercava la colonia non solo per avere terra da coltivare e prodotti della terra da mangiare, quanto per avere una casa dove abitare. Il padrone ti dava la casa. La casa? La baracca! Un’area coperta con tegole curve e la stalla”. Qui convivevano uomini e animali.
Un passato individuale e storico, di rinunce e sacrifici, che Buglisi ha sempre presente: è la prima lezione, non dimenticare mai da dove e da chi veniamo. “Io non sarò mai di destra, pur avendo una impresa che nel 2025 ha prodotto un fatturato di circa 45 milioni di euro”, sostiene lui. Chissà che intende per “destra”; di sicuro la sua soggettività è permeata di una visione “conservative”, legalitaria ma liberale, imbevuta di un socialismo utopico, di valori tradizionali. La casa, la terra, la famiglia, i figli, l’azienda. Ma come lo incontro glielo dico: dibatteremo come abbiamo fatto qualche volta in passato, con rispetto mai debordato in confidenza: una “distanza” che accresce la fiducia nell’uomo che dalle pagine emerge col suo quid di paure calcolate, di idee ineffabili, di un vetusto senso dell’onore che mi piace declinare nella lingua madre.
Chi ricorda più che “onestà” deriva da “onore”? La sua faccia cotta di tanti soli e difficili solitudini, mi richiama l’“honor” che genera l’“honestas”. Ecco: Buglisi è un onesto in questi due sensi. Il suo modo di vivere l’onestà personale, ma anche intellettuale, è l’essere “vero” sopra pregiudizi, appartenenze, fogge prefabbricate. Il che lo ha portato a essere anche equivocato, combattuto, perseguito. Chi lo ha fatto, in fede buona o mala, non ha capito niente della sua etica; che non è soltanto quella di una legalità formale, di osservanza di leggi e codici, di una visibilità mai cercata di “imprenditore antimafia” per prime pagine e riflettori. La sua legalità è una religione civile, non gridata, composta.
È la seconda lezione del libro: la vicenda di un imprenditore libero e liberale. Il rifiuto di pagare il pizzo lui lo narra così: “Io non potevo pagare. Perché il lavoro che avevo acquisito e su cui mi si chiedeva una percentuale non era frutto di un sotterfugio. Non avevo pagato una tangente per ottenerlo, mi spiego?… E quindi ho ritenuto di dover denunciare. Non c’era alcuna ragione perché io dovessi pagare i malavitosi”. E ci tiene l’autore a chiarire la sua convinzione che traduco io: tu, mafioso, avresti il “diritto” di chiedermi il pizzo se io appartenessi al tuo stesso album di famiglia. “Hai fatto gli imbrogli tu e allora perché non mi devi dare una parte anche a me? Per avere questo lavoro hai pagato una tangente, hai dato dei soldi a un politico, hai fatto sotterfugi e perché ora non devi pagare me?”.
Solo che Sebastiano, essendo un uomo d’impresa che crede nella concorrenza, non ha mai pagato niente a nessuno, a nessun partito, a nessun politico: così il mafioso non ha diritto a niente, non in astratto, ma in questa logica “liberale”; e così respinge sempre la minaccia e la trattativa con malavitosi perché lo Stato – le cui regole ha sempre rispettato, anche nell’aggiudicazione e nella gestione degli appalti – deve tutelarlo nel suo diritto a non sottostare all’estorsione. È il suo ragionare. Lineare. Per questo lui, il figlio Giovanni, i suoi dipendenti “hanno denunciato attività estorsive determinando prima la cattura e poi le condanne per esponenti delle diverse mafie, Cosa Nostra, ’ndrangheta e Sacra Corona. Manca solo la camorra…”.
Sia che si trattasse di fibra ottica, come di pannelli solari o di opere ferroviarie – 55 milioni di euro è il bilancio della sua impresa – la risposta di Sebastiano ai clan che richiedono una sorta di partecipazione agli utili – quel “dobbiamo mangiare tutti” – è la denuncia, l’appuntamento con i mafiosi, ma con banconote fotocopiate e i Ros dei Carabinieri appostati; e collaborazione senza esitazioni a indagini, testimonianze e costituzioni di parte civile nei processi. La parentela con graduati dell’Arma è una medaglia che ci tiene ad appuntarsi nel suo racconto. “Questo libro non sarebbe mai nato se, per avere osservato la legge e tenuto comportamenti che ogni onesto cittadino dovrebbe tenere, Buglisi non fosse stato accusato da improbabili personaggi di essere vicino a contesti mafiosi”.
È l’ultima pagina del volume: ci sono pure “le gesta al limite dell’assurdo pirandelliano dell’antimafia di facciata”. Ma Buglisi è conterraneo del Pirandello di “Uno, nessuno, centomila”: “Tutto ciò che di noi si può immaginare è realmente possibile, ancorché non sia vero per noi. Che per noi non sia vero, gli altri se ne ridono. È vero per loro. Tanto vero, che può anche capitare che gli altri, se non vi tenete forti alla realtà che per vostro conto vi siete data, possono indurvi a riconoscere che più vera della vostra stessa realtà è quella che vi danno”. L’ultima lezione è quindi per l’autore-imprenditore: si tenga forte alla sua impareggiabile onestà e alla sua storia di eroismo civile. Nessuno potrà scalfirle.
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