C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che trentatré giornalisti siciliani abbiano scelto di scrivere al Presidente della Repubblica per lamentarsi della Commissione Antimafia. L‘articolo 87 della Costituzione — quella che si sventola, a patto di non aprirla — non assegna al Capo dello Stato alcuna prerogativa sulle commissioni parlamentari di inchiesta. Quelle sono organi del Parlamento, istituite ai sensi dell’articolo 82, che riconosce loro gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. Trascinare Mattarella in questa vicenda non è un appello istituzionale: è pressione politica travestita da lettera aperta.

La lettera accusa la Commissione di restringere le indagini alla pista mafia-appalti, citando una pronuncia della Cassazione che, a leggerla, non entra nel merito. Le motivazioni delle sentenze definitive dicono altro. Il Borsellino quater stabilisce che Borsellino fu ucciso anche per “cautela preventiva” legata a quella pista. Il Capaci bis individua negli appalti uno dei moventi dell’omicidio Falcone. La Commissione non ha inventato nulla: ha approfondito una pista già scritta nelle motivazioni. Prima di scrivere ai Presidenti, varrebbe la pena leggerle. Tutte. Per la prima volta in trentadue anni, un organo istituzionale ha ascoltato i figli di Borsellino — Lucia, Manfredi e Fiammetta. L’ha fatto questa Commissione, quella che i firmatari vogliono fermare. Di questo non si scandalizzano. Si scandalizzano perché la pista che emerge è scomoda per la loro narrativa.

C’è il paradosso Scarpinato, difeso a oltranza. Questo senatore siede nella Commissione su una pista nella quale è parte in causa, dopo aver concordato le domande con un collega indagato per favoreggiamento alla mafia. E la pista che la lettera difende — quella nera — è la stessa che il procuratore di Caltanissetta De Luca ha definito “zero tagliato” davanti alla Commissione, aggiungendo che continuarci è “un’autentica perdita di tempo”. Lo stesso De Luca che considera mafia-appalti una concausa documentata delle stragi. I Pm si citano soltanto quando fa comodo. Tra i firmatari ci sono giornalisti di indubbio talento — tre dei quali, Lo Bianco, Rizza e Pipitone, collaboratori del Fatto Quotidiano. Sul depistaggio Scarantino, Bolzoni ha ammesso nel 2017 di aver avuto gli strumenti per smascherarlo, ma di non aver avuto il coraggio di scontrarsi con lo schieramento istituzionale che lo sosteneva. Sulla trattativa Stato-mafia, Lo Bianco, Rizza e Pipitone hanno sostenuto per un decennio una tesi smentita definitivamente in Cassazione. Su Mattarella: Rizza riesumò sul Fatto, nei giorni dell’elezione al Quirinale, una vicenda chiusa con assoluzione definitiva nel 2000 — senza notizie nuove, solo la tempistica. Bolzoni su Repubblica, il giorno stesso dell’elezione, scrisse della madre di Mattarella associandola a una “famiglia di aristocrazia mafiosa” — accusa poi smentita come errore di persona. La campagna sfociò in una condanna civile vinta dalla famiglia contro un altro giornalista. Non è questione di capacità. È questione di schieramento.

Tra i firmatari figura anche Claudio Fava, sceneggiatore della fiction “Il Capo dei Capi” tratta dal libro di Bolzoni, per la quale Mediaset fu condannata civilmente per diffamazione verso la famiglia Mattarella. La lettera è un attacco al governo travestito da appello istituzionale, con Mattarella trascinato in una vicenda che non lo riguarda e che gli è già costata cara. Se i firmatari si risentono tanto, qualche nervo è stato toccato. L’eredità di Falcone e Borsellino non si difende con le lettere ai Presidenti. Si difende con il coraggio di leggere i fatti fino in fondo — e di scriverli. La Costituzione, del resto, non si sventola soltanto. Si sfoglia. Anche a rischio di sciuparla.

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