Giustizia
Non lotta alla mafia, Giustizia che si avvera: Giovanni Falcone, il maxi processo e la differenza tra fare giustizia e fare la guerra
Ogni anno, il ventitré maggio, l’Italia si ferma. Si ricorda Capaci. Si ricordano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli uomini della scorta. Si ricorda Paolo Borsellino, caduto cinquantasette giorni dopo, in via D’Amelio. La memoria è un dovere civile. Ma la memoria, per essere feconda, deve essere anche onesta.
Il contributo di Giovanni Falcone alla storia della Repubblica fu prima di tutto una intuizione giuridica. Capì, con una lucidità che i suoi contemporanei non avevano avuto — o non avevano voluto avere — che la mafia non poteva essere processata come una somma di singoli delinquenti. Andava giudicata nella sua struttura, nella sua gerarchia piramidale, nella sua unitarietà organizzativa. Per anni la giurisprudenza palermitana aveva frammentato il fenomeno, perdendo di vista il disegno complessivo. Era come processare i rami di un albero fingendo che il tronco non esistesse. Falcone — con Paolo Borsellino, con il pool antimafia, con una accumulazione investigativa che aveva il rigore della scienza e la pazienza dell’artigiano — rovesciò questo paradigma. Il maxi processo portò all’udienza della Corte d’Assise di Palermo 475 imputati, giudicati all’interno del loro sistema. La Corte, presieduta da Alfonso Giordano con a latere il giudice Pietro Grasso, pronunciò la sentenza il 16 dicembre 1987: diciannove ergastoli, ma anche — dato che si dimentica troppo spesso — l’assoluzione di quasi un centinaio di imputati. Lo Stato aveva vinto. E lo aveva fatto nel modo più difficile: rispettando le regole.
Il maxi processo non fu un atto di guerra. Fu un atto di civiltà giuridica: centinaia di avvocati difensori, garanzie processuali rispettate, indagini costruite su riscontri incrociati senza intercettazioni massive né pentiti retribuiti. La prova concreta che lo Stato è una cosa diversa dalla mafia proprio perché non ne utilizza i metodi. Ecco perché mi permetto di dissentire da una certa retorica: Falcone non fece “la lotta alla mafia”. Applicò la legge. E applicare la legge non è fare la guerra: è fare giustizia. La differenza non è semantica. È il fondamento dello Stato di diritto. La lotta alla mafia — quella vera, quotidiana — la facciamo noi: il cittadino che non chiede favori, l’imprenditore che non paga il pizzo, chiunque eserciti i propri diritti senza intermediari. Un magistrato che lavora bene amministra giustizia. Ed è già moltissimo.
In questo senso va letto, e celebrato con gratitudine, il lavoro della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone. Con costanza e serietà, la Fondazione ha trasformato la commemorazione in educazione: ha portato la memoria di Falcone nelle scuole, tra i giovani, nelle piazze d’Italia, facendo sì che il ventitré maggio non fosse soltanto un rito istituzionale ma un’occasione di formazione civile. Questo è il lascito più prezioso: non il mito dell’eroe solitario, ma la comprensione di un metodo. Perché se i ragazzi di oggi capiscono cos’è stato il maxi processo — perché fu necessario, come fu costruito, cosa significò — allora quella memoria diventa anticorpo. Cultura della legalità compresa, non soltanto predicata.
Giovanni Falcone fu grande perché fu preciso. Perché costruì un processo che resse in Cassazione, con prove, con diritti rispettati, con sentenze motivate. Quella precisione è il suo vero monumento. Non il nome sull’autostrada. Non la data sul calendario. Il metodo. La prova che lo Stato, quando vuole, sa essere più forte della mafia senza diventare come lei. È ancora, trentaquattro anni dopo, la lezione più necessaria.
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