C’è un paradosso a cui è difficile sfuggire. Non ne possiamo più della gran confusione normativa provocata dall’emergenza sanitaria, dai divieti crescenti e dagli ordini contraddittori, quelli per cui a Roma puoi fare quattro passi sotto casa, ovviamente “socialmente distanziato”, e a Napoli neanche a parlarne: anzi, se affetto da esibizionismo finisci per provocare il “manovratore” andandotene in giro per la città, rischi addirittura di beccarti un arresto domiciliare sotto forma di quarantena forzata. Eppure, quando i sondaggisti ci interrogano sulla gestione della crisi e su come si stanno comportando i singoli reggitori della cosa pubblica, il nostro consenso va in massima parte al presidente del Consiglio e ai governatori regionali.

L’osservatorio di Ilvo Diamanti ha registrato di recente un gradimento a favore di Conte che supera il 71%. Una percentuale-record, mai raggiunta da nessuno, neanche da Renzi nel momento di massimo splendore, quando Giuliano Ferrara gli dedicava un pamphlet intitolato “Il royal baby”. Lo stesso studio citato da Diamanti registra poi l’exploit di Fontana in Lombardia e di Zaia in Veneto. In quella sede, di De Luca non si dice nulla, ma poi è successo questo: Salvini – non Zingaretti- lo ha pubblicamente portato ad esempio per come stava affrontando l’emergenza; Carlo Verdone – non l’ultimo cinematografaro- lo ha elogiato per come teneva la scena (“meglio di De Filippo”) e Naomi Campbell – non proprio una star da niente – lo ha “tradotto” sul suo profilo Instagram per convincere gli americani a stare a casa.

Inoltre, se qualche fornitura sanitaria comincia ad arrivare anche in Campania è solo perché il governatore ha alzato la voce contro il governo e la Protezione civile. De Luca promosso, insomma, su tutta la linea. Il paradosso, allora, sta nel fatto che gli autori del caos normativo di cui tutti paghiamo le conseguenza sono proprio loro, il premier e i governatori. Come si spiega? Come stanno insieme consenso e disagio? Mugugno e ammirazione? Per quanto mi riguarda, la metto così: ora con De Luca (o Conte) ma domani contro tutti gli “a solo” istituzionali. In altre parole, ora la vita, subito dopo i princìpi.

Questo per dire che non convince per nulla la tesi dello scaricabarile, quella che vede solo in Conte o solo nell’istituto regionale il colpevole da mettere in croce. Chi accusa Conte non considera che sono state proprio le Regioni a dargli input contraddittori per poi forzarne le decisioni. Chi accusa le Regioni – tra questi anche il costituzionalista di punta del Pd napoletano con particolare riferimento a De Luca – dimentica invece che è stato proprio Conte, con il ricorso ai decreti del presidente del Consiglio, e non ai decreti legislativi, a mettere fuorigioco il Parlamento, e ad aprire la strada a una nuova forma di bonapartismo, cioè di un decisionismo proprio dell’uomo solo al comando.

Un decisionismo che ancora confonde le idee a tutti: a noi che dobbiamo rispettare le regole e a quelli che hanno il dovere di controllarci, dai prefetti ai vigili urbani. Per queste ragioni, se non possiamo fare a meno di un capo del governo, non possiamo fare a meno neanche delle Regioni. E prima di rinunciare a queste – avendo anche in calendario il taglio della rappresentanza politica – converrà allungare lo sguardo e chiedersi come mai l’Italia non ha ancora deciso di “costituzionalizzare” i poteri di emergenza. Cioè, di mettere in chiaro prima chi e come deve decidere nelle situazioni estreme. Perché questo forse è il problema. Una decisione collegiale potrà poi ben giustificare, in futuro, e per un breve lasso di tempo, le scelte prese nella solitudine dell’emergenza.