Il Pd si pensa transatlantico? Proviamo a mettere in fila i pezzi. Mentre Donald Trump continua a scuotere gli equilibri politici occidentali, nel Pd prende forma una strategia che guarda oltre la contingenza elettorale americana e punta a qualcosa di più ambizioso: ricostruire una credibilità internazionale capace di trasformarsi, domani, in affidabilità di governo. È la nuova grammatica transatlantica dei democratici italiani, un’operazione politica che supera i confini nazionali e che per la segretaria dem Elly Schlein può diventare molto più di un esercizio diplomatico: un passaggio necessario sulla strada che porta a Palazzo Chigi. Il seminario promosso dalla Fondazione Demo presieduta da Gianni Cuperlo, dedicato agli Stati Uniti, non è stato soltanto un momento di riflessione culturale. È apparso piuttosto come un segnale politico rivolto all’establishment democratico americano, alle cancellerie europee e a quella parte di elettorato moderato che guarda con preoccupazione alla fragilità degli equilibri occidentali.

Dentro il Pd si sta facendo strada una convinzione: Donald Trump è un fenomeno da studiare, non da esorcizzare. Ed è questo il punto politico più interessante emerso dal confronto organizzato al Nazareno. “Capire gli Stati Uniti è indispensabile per chi ambisce a governare”, ha spiegato a Formiche.net Mario Del Pero, professore di Storia internazionale a Sciences Po e tra i più autorevoli studiosi italiani delle dinamiche politiche americane. “È stato un seminario molto scientifico e analitico, prima ancora che politico. Ho apprezzato molto il fatto che Schlein, Cuperlo, Provenzano e altri dirigenti fossero molto attenti a ciò che veniva detto. C’era ascolto, dialogo, confronto”. È qui che la proiezione americana del Pd assume un valore strategico anche per Schlein. Perché il rapporto con gli Stati Uniti, nella storia italiana, è stato sempre un indicatore di affidabilità sistemica.

“Serve rafforzare il dialogo con l’America democratica per difendere gli equilibri occidentali. Solo un riequilibrio dei rapporti può dare linfa a un’alleanza transatlantica chiamata a fare i conti con un mondo globale e plurale”, ha spiegato Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera ed ex ministro degli Esteri, figura storica della tradizione riformista del centrosinistra. “La differenza fondamentale è fra Trump e gli Stati Uniti. Noi non mettiamo minimamente in discussione il rapporto storico di amicizia tra Italia e America. Per noi le relazioni transatlantiche non sono mai state messe in discussione”, ha aggiunto Stefano Graziano, parlamentare dem e tra i dirigenti che stanno seguendo più da vicino il dossier internazionale del partito.

In questa operazione c’è anche un elemento di competizione implicita con Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha costruito buona parte della propria forza internazionale sul rapporto con il mondo conservatore americano e sul dialogo con Trump. Ma se il quadro globale dovesse cambiare ancora, il Pd punta a farsi trovare pronto: la partita transatlantica di Schlein va letta ben oltre Trump: in gioco c’è la costruzione di una futura classe dirigente capace di parlare contemporaneamente a Bruxelles, Washington e Roma.

Federico Di Bisceglie

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