«La nostra unità consiste nell’accettare di avere una sovranità condivisa e non divisa». Per l’eurodeputato di Forza Italia, Massimiliano Salini, è questo il principio che deve essere la bussola per il Partito Popolare Europeo, fondato 50 anni fa.

Salini, 50 anni fa nasceva il Partito Popolare Europeo (PPE). Quanto è importante oggi celebrare questa data?
«È rilevante celebrarla perché il Partito Popolare Europeo, per come è nato, è destinato a dover continuamente rinascere. La storia del PPE è fatta di responsabilità di fronte agli stravolgimenti che la storia impone di considerare alla politica, ed è dentro il dibattito politico, storicamente e strutturalmente, alla famiglia politica improntata alla razionalità, alla ragionevolezza e all’affidabilità. Il PPE è la famiglia politica che non crede nei colpi di scena: crede nelle costruzioni sul medio e lungo termine, che non ha il problema di sostituirsi alla ricchezza della realtà, ma di servirla. Questo è il momento storico in cui emerge in modo più eclatante l’istintività e a tratti la follia di un certo modo di concepire la politica, la responsabilità e la leadership. Questo è proprio il tempo del recupero della ragione. È il motivo per cui mi auguro che non solo ci sia una celebrazione dei 50 anni del PPE, ma ci sia un recupero di protagonismo del PPE italiano, in modo tale che certi istinti belluini non diventino la cifra della politica italiana».

Di fronte a questo nuovo scenario globale, come deve rispondere l’Unione europea secondo il Partito Popolare Europeo?
«L’Europa innanzitutto deve esserci. Come tutte le strutture complesse definite dalla dimensione comunitaria, siano esse semifederali come può essere concepita l’Unione europea, federali come gli Stati Uniti o intergovernative come le Nazioni Unite, tutte le organizzazioni complesse che mettono insieme più comunità diverse sono il segreto della pace; sono l’antidoto contro la guerra. Il maggiore aiuto che si può dare al ritorno alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie è proprio la divisione. Quindi il primo punto per l’Europa è esserci ed essere animata, pur dentro le enormi difficoltà che attraversano i rapporti tra Paesi della stessa grande comunità, dalla convinzione che il punto di forza maggiore che abbiamo nel rapporto con chi intende sabotare questo progetto è proprio la nostra unità. La nostra unità consiste nell’accettare di avere una sovranità condivisa e non divisa».

Oggi il partito sarà ricevuto dal Papa. È il messaggio che, anche di fronte agli attacchi di Trump a Leone XIV, l’Ue deve promuovere sempre i suoi valori cristiani?
«L’Europa è costituita dai suoi valori cristiani, e uno dei punti di maggior debolezza della proposta oggi è l’infragilirsi di questa originalità culturale. Questo non ha nulla a che vedere con i problemi di carattere confessionale o squisitamente religioso, ma è proprio il portato culturale che ha fatto sì che, dentro la storia complessa dell’Occidente, la proposta cristiana sia stata all’origine del buonsenso sulla base del quale oggi noi concepiamo la politica come luogo di servizio. È impossibile immaginare un’Europa separata dalla sua storia cristiana; è impossibile però pensare alla politica al di fuori di una piazza laica nella quale tutti possano giocare la propria partita. Questo è il modo con cui è stata costruita l’Europa. L’Europa cristiana è l’Europa che rispetta la posizione di tutti. È l’Europa che si fonda sul principio cristiano del “date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio”, che è la quintessenza del modo di concepire la politica come una piazza laica dove non è chiesto di pensarla tutti allo stesso modo».

Qual è la vostra posizione rispetto ai continui attacchi e alle dure critiche del tycoon nei confronti dell’Unione europea?
«La nostra posizione è considerarle come un problema di Trump e non come un problema nostro. Le uscite di Trump, smodate e sguaiate, contro l’Unione europea non hanno valore politico: sono espressione di una storpiatura totalmente personalistica del mandato che il Presidente degli Stati Uniti ha ricevuto dal suo popolo. Gli Stati Uniti sono parte della stessa storia e della stessa civiltà cui appartiene l’Unione europea. Che un Presidente decida di tradire questa nostra storia di unità non deve impedirci di continuare a pensare che il futuro dell’Unione europea è al fianco degli Stati Uniti e il futuro degli Stati Uniti è al fianco dell’Unione europea. È chiaro che in questo frangente storico dobbiamo difenderci da questi attacchi con dignità. Sicuramente il modo migliore per reagire a queste critiche è non cedere alla lusinga di essere trattati Paese per Paese. Alcuni in Europa lo hanno fatto, facilitando l’azione divisiva sulla quale investono, in modi diversi, sia Trump da un lato che Xi Jinping dall’altro. Il modo migliore per evitare il degenerare del dibattito politico e l’autodistruzione della civiltà occidentale è non cedere a queste lusinghe e rispondere uniti. Troppo spesso i Paesi dell’Unione europea hanno deciso di assumere posizioni singole – magari anche dignitose e corrette, come su partite legate al conflitto in Iran – senza condividere la posizione con il resto dell’Unione. Questo non favorisce ciò che veramente costituisce il bene per tutti i Paesi europei: una crescente unità. Per essere uniti bisogna anche fare dei sacrifici, e il primo è quello di rinunciare ai benefici derivanti dal proprio singolo posizionamento politico. Certe scelte, fatte in modo diviso dagli altri per risolvere problemi di politica interna, sono il modo peggiore per favorire l’integrità tra i popoli europei e per respingere le minacce che stiamo ricevendo, sia da Occidente che da Oriente».

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Ruben Caivano, studente al terzo anno del corso di laurea in Scienze Politiche e Studi Europei. Appassionato di attualità, relazioni internazionali e integrazione europea, guardo alla storia del secolo scorso come una chiave di lettura fondamentale per comprendere gli eventi di oggi.