L’ultimo pensiero, l’unico dispiacere, era stato per la famiglia. “Sono innocente ma ho deciso di morire. Mi dispiace della mia famiglia alla quale ho voluto bene”, aveva scritto Carmine Mensorio in uno dei biglietti trovati nella cabina del Superfast Patrasso-Ancona dal quale si lanciò, togliendosi la vita, il 16 agosto 1996. Il figlio Giovanni – penalista, docente all’Università Federico II di Napoli – alle regionali del 20 e 21 settembre non ha ereditato il bacino elettorale del padre, ma le sue 9.769 preferenze nella circoscrizione partenopea – primo nella lista Centro Democratico in sostegno al governatore rieletto Vincenzo De Luca – prendono la forma del riscatto familiare.

Quello di Mensorio padre è stato il primo grande caso di un parlamentare caduto nel vortice giudiziario dopo il terremoto di Tangentopoli. Le accuse: associazione camorristica, concussione, abuso d’ufficio. A corredo le testimonianze dei soliti pentiti. E lui che si dannava: “Ma che vogliono da me? Vogliono farmi finire come Tortora? O suicida come Cagliari?”. Entrambe, a quanto pare.

LA CARRIERA – Pezzo forte della corrente fanfaniana della Democrazia Cristiana, poi passato nel gruppo di Ciriaco De Mita, Mensorio è chirurgo, docente di Anatomia, direttore dell’Isef, in politica da una ventina d’anni. Viene da Saviano, nel nolano. È eletto per la prima volta nel 1975: consigliere regionale in Campania. Nel 1979 arriva a Montecitorio con 88mila preferenze. Che lievitano: 94mila nell’’83 e 111mila nell’’87. E 39mila nel 1992. Dal 1994 passa al Centro Cristiano Democratico di Pierferdinando Casini e Clemente Mastella: 45mila voti. È l’ultima elezione: nel 1995 riceve la prima ordinanza di custodia cautelare per associazione camorristica e concussione.

Mensorio è accusato di aver favorito un istituto di polizia privata, la Vigilanza 2, di proprietà dei fratelli Antonio e Carlo Buglione. Attività legata, per gli inquirenti, al clan Alfieri: la Nuova Famiglia della Camorra che sfidò la Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. La Dia – lamenta Mensorio – “è la macchina della cattiveria. Raccolgono l’immondizia dei pentiti per incastrare un galantuomo”. Il Mattino dell’epoca ricostruisce: “Secondo l’accusa Carmine Mensorio avrebbe bussato a tutte le porte pur di far acquistare una posizione di preminenza in provincia di Napoli, nonostante fin dal giugno 1992 fossero noti i legami tra i titolari e il boss Alfieri”. Un favore elettorale, aggiungono. È indagato anche l’ex prefetto di Napoli Umberto Improta, napoletano di Mergellina, l’uomo del G7 del 1994.

LA PARABOLA – Nel luglio del 1995 la prima ordinanza di custodia cautelare per associazione camorristica e concussione. La procura chiede l’arresto ma 143 voti a Palazzo Madama negano l’autorizzazione. “Sono complessati, perché io sono Mensorio e loro no”, fa lui. Ambizioso, a volte tronfio, quasi sempre esuberante, l’onorevole è di quelli che regalano titoli. Non avrà la visibilità di Gava e Pomicino, ma il peso, quello sì. Non basta, evidentemente: si dimette dalla bicamerale d’inchiesta sulla Cooperazione e il Ccd lo sospende dal partito. Alle porte chiuse in faccia risponde con Democrazia Sociale, una lista fai-da-te con la quale corre nell’aprile del 1996. Il partito dello stetoscopio, lo battezzano: candida molti medici. Alla fine prende solo 13.628 voti, la lista 60mila. Mensorio non è più il re delle preferenze del nolano. E alza i toni, grida al complotto, soffre l’accerchiamento: “Se mi arrestano, questi squagliano le chiavi e non esco più“, confida a un amico secondo Repubblica. E arriva una seconda ordinanza di custodia cautelare: abuso d’ufficio. A quel punto si dà alla macchia, diventa latitante.

LA FUGA – L’ex senatore è in fuga: i giornali si sbizzarriscono. Mensorio è un ràs, un boss (metaforicamente parlando) del nolano, “padre-padrone” dell’Isef di cui era stato a lungo presidente e che avrebbe gestito da sovrano assolutista. Gli inquirenti avevano scoperto che ha conosciuto Alfieri e Galasso. “Alfieri? Certo che lo conosco. Saviano non è New York. Galasso? È stato mio allievo all’Università. E allora?”, aveva ribattuto lui. Spunta anche una loschissima cena al ristorante La Posada. Infine si convince: il 25 agosto del 1996 sale sul traghetto Superfast: 19 ore da Patrasso ad Ancona.

IL SUICIDIO – “Vado a prendere un caffè”, dice a un certo punto all’avvocato Erasmo Antonio Fuschillo, legale anche dei fratelli Buglione e compagno di viaggio: è tra quelli che ha insistito affinché tornasse in Italia. Alle 11:25 un bambino francese di 8 anni vede un uomo scavalcare la balaustra più alta della nave, restare abbracciato per qualche momento a un lampione, infine lanciarsi in mare. Altri cinque o sei testimoni vedono il corpo cadere da 30 metri. “Non è un mistero, è un chiaro caso di suicidio”, sostiene il sostituto procuratore Cristina Tedeschini. Una serie di messaggi vengono ritrovati nella cabina dell’ex senatore. I destinatari sono la famiglia e la Procura della Repubblica di Napoli. “Si fermi questa barbarie, l’ex senatore Mensorio è stato indotto al suicidio“. Così Vittorio Sgarbi commentò all’epoca la tragica vicenda. “Solo” quattro anni dopo, il 21 luglio del 2000, l’assoluzione con formula piena per tutti gli imputati ha smontato l’inchiesta che accusava l’ex parlamentare democristiano.

IL CONSIGLIERE – “Mi candido per portare a termine l’impegno di mio padre”, aveva detto nel 2010 Giovanni Mensorio. Solo che quella volta non erano bastati i 4.988 voti conquistati, lista Alleanza di Centro – Democrazia Cristiana. Un consenso quasi raddoppiato alle Regionali del 2020 che gli apre le porte del Consiglio Regionale proprio come il padre nel 1975.