L’Italia ha tutto per essere protagonista del domani, eppure preferisce rifugiarsi nel culto del passato e nel vittimismo. Ne è convinto Alec Ross – già consigliere di Obama e Clinton, oggi alla Bologna Business School – che nel saggio “The Italian Dream. Riprendersi il futuro” (Feltrinelli) lancia una provocazione costruttiva al Paese. Lo abbiamo intervistato.

Ross, lei indica nel disfattismo e nel vittimismo i veri freni dell’Italia: un’autocommiserazione che diventa alibi per non cambiare. Come si spezza questo circuito vizioso per ritrovare un orgoglio pragmatico?
«Si spezza cominciando a distinguere il realismo dal pessimismo. Il realismo vede i problemi e li affronta. Il pessimismo li trasforma in destino. In Italia esiste una forma di autocommiserazione molto colta, quasi elegante, che sa spiegare benissimo perché tutto sia impossibile. Ma questa intelligenza critica diventa sterile se non produce azione. L’orgoglio pragmatico nasce quando un Paese smette di definirsi solo attraverso ciò che non funziona e ricomincia a misurarsi su ciò che può costruire. Non servono slogan. Servono obiettivi concreti: più capitale per le imprese che crescono, più responsabilità ai giovani, più ricerca applicata, meno burocrazia, più esecuzione. Il contrario del vittimismo non è l’ottimismo cieco. È la disciplina».

Nel libro descrive un Paese paralizzato dal culto del passato, che usa la tradizione come scudo e non come rampa di lancio. Qual è la prima riforma della mentalità per smettere di subire il domani?
«Capire che la tradizione non è conservazione immobile. Le grandi tradizioni italiane sono nate da innovazioni radicali. Il Rinascimento non è stato un esercizio di nostalgia, ma una rivoluzione di arte, scienza, tecnica, finanza e bottega. Anche il Made in Italy migliore non è mai stato solo memoria: è capacità di trasformare materiali, saperi e bellezza in prodotti contemporanei. La prima riforma mentale è dunque questa: smettere di proteggere il passato come una reliquia e usarlo come piattaforma. Se la tradizione diventa scudo, blocca. Se diventa metodo, accelera. L’Italia non deve scegliere tra identità e modernità. Deve dimostrare che una modernità italiana è possibile».

Una sua tesi controcorrente: in Italia i leader restano in sella a 80 anni. Lei ne loda la vitalità, ma nota come questo schiacci i giovani. Come si scardina questo blocco generazionale senza disperdere l’esperienza?
«Non si risolve contrapponendo giovani e anziani. Sarebbe un errore. In Italia ci sono ottantenni con energia, lucidità e visione straordinarie. Il problema non è la loro presenza; è l’assenza di passaggio di potere. L’esperienza deve diventare moltiplicatore, non tappo. Serve un nuovo patto generazionale: chi ha costruito imprese, istituzioni e reti deve aprire spazi veri a chi ha 30 o 40 anni, non solo invitarlo ai convegni. Consigli di amministrazione più giovani, responsabilità operative anticipate, percorsi di successione chiari, capitale affidato anche a fondatori giovani. L’Italia tratta troppo spesso i ventenni e i trentenni come apprendisti permanenti. Così li invita a cambiare Paese invece di cambiare il Paese».

Ross, tra crisi nel Mediterraneo e guerra in Ucraina, la geopolitica globale è frammentata. L’Italia oscilla da sempre tra la sua storica fedeltà atlantica e la tentazione di essere un ponte verso il Sud del mondo. Qual è il vero ruolo geopolitico del sogno italiano in questo nuovo disordine mondiale?
«L’Italia deve restare saldamente atlantica ed europea, senza rinunciare alla propria vocazione mediterranea. Non vedo contraddizione. In un mondo frammentato, il valore geopolitico dell’Italia sta nella sua capacità di essere affidabile verso i suoi alleati e credibile verso aree che spesso non si sentono ascoltate: Nord Africa, Balcani, Medio Oriente, Mediterraneo allargato. Il sogno italiano non è solo una questione interna. È anche un modello: crescita senza sradicamento, innovazione senza disumanizzazione, sviluppo legato a comunità, cultura, qualità della vita. Non basta però essere ponte in modo poetico. Bisogna essere ponte con energia, infrastrutture, università, imprese, diplomazia economica e capacità industriale».

Se potesse costringere la classe politica e imprenditoriale italiana a fare un solo e unico cambiamento pratico domattina, cosa chiederebbe?
«Chiederei di mettere i giovani bravi in posizioni di responsabilità reale subito, non tra dieci anni. È il cambiamento più pratico e più simbolico. Nelle imprese, nelle università, nella pubblica amministrazione: bisogna dare potere a chi ha competenze, energia e idee, non solo a chi ha anzianità o relazioni. Questo non significa rottamare l’esperienza. Significa combinarla con nuova responsabilità. Se un Paese blocca i suoi talenti migliori, poi non può stupirsi se vanno a Londra, Parigi, Berlino, New York o Milano lasciando vuoti altrove. Il futuro non si riprende con una conferenza sul futuro. Si riprende consegnando leve vere a chi dovrà viverlo».

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