«Arrabbiato? No. Deluso e amareggiato». Così il segretario della Lega Matteo Salvini sull’addio di Roberto Vannacci al Carroccio. Più che una dichiarazione politica, appare come una manifestazione dalle sfumature sentimentali su una storia conclusasi senza lieto fine. «Dispiace umanamente, ma non preoccupa», ha rassicurato Salvini, «dopo un po’ passa. Gli abbiamo spalancato le porte di casa. Il ringraziamento è stato ‘mi tengo il posto’. Finito, capitolo chiuso». Gli occhi dell’amore, si sa, non sono oggettivi. E la scelta di Vannacci appare come un voltafaccia imperdonabile.

La disponibilità di Salvini e della Lega «è stata ripagata con un tradimento, che è stato evidente e sotto gli occhi di tutti», ha usato queste parole il presidente del Consiglio Regionale Veneto Luca Zaia. Appena nove mesi fa, la scelta di nominare il Generale vicesegretario federale, scelta che si è rivelata essere – tuona Zaia – «un investimento sbagliato». L’uscita di Vannacci non sorprende l’ex governatore del Veneto, «semplicemente ha preso atto di essere un corpo estraneo, ora la Lega ne esce rafforzata». Dopo la tempesta si vedranno quindi le stelle. Zaia, però, non nasconde le critiche («Se non ci fosse stato l’aiuto nostro, la partecipazione ai nostri congressi, la nostra disponibilità a candidarlo probabilmente oggi la storia sarebbe molto diversa») né tantomeno i mea culpa: «Cerchiamo di non fare gli illuministi: la verità è che è stato un errore perché l’epilogo lo ha confermato». E ancora: «Vannacci non ha mai avuto spirito di squadra ma solo di caposquadra, ma noi l’abbiamo già un segretario».

La leadership di Salvini non viene quindi messa in discussione. Ma Zaia ci tiene a precisare – a proposito di equilibri nel partito – quanto sia importante percorrere i sentieri già battuti: «Niente corsie preferenziali» ma «gavetta e verifica di condivisione degli ideali». Ideali è un’altra parola chiave. Vannacci, lo si evince anche dal nuovo manifesto di Futuro Nazionale, prende poca ispirazione dagli storici cavalli di battaglia leghisti. Il Generale parla di una destra non moderata, di una destra sovranista all’estremo, anche pronta alla remigrazione. Sono slogan che con i valori fondanti della Lega hanno poco in comune. A questo punto, allora, meglio perderlo che trovarlo e, forse, meglio rafforzare i princìpi che da sempre muovono il partito.

Che il Carroccio da un po’ di tempo soffra di una crisi d’identità è innegabile, ma internamente alcuni intravedono una luce: che l’uscita del Generale sia, in fondo, uno scossone positivo? «L’uscita di Vannacci è per noi l’occasione per calibrare meglio il nostro messaggio politico, riportando al centro i temi che da sempre ci animano, dall’importanza dei territori all’autonomia, dal federalismo alla sicurezza», afferma Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, «e lo faremo con modi che rispecchiano i nostri trent’anni di cultura di governo, evitando toni troppo propagandistici». Nel frattempo, si resta in attesa nelle prossime ore di vedere se vi saranno fughe di parlamentari verso il nuovo partito del Generale. Secondo molti, si tratterà al massimo di casi isolati.

Chi vivrà vedrà, ma sembra piuttosto evidente – anche alla luce degli ultimi risultati elettorali e visto il divorzio scomposto – che quei 500mila voti raccolti per le europee dal Generale non siano automaticamente trasferibili al suo nuovo movimento politico. Un ultimo appunto su queste ore di fuoco: la caduta di stile – questa del partito di Salvini – di paragonare l’addio di Gianfranco Fini al Popolo della Libertà all’addio di Vannacci. Altri tempi, altri portamenti, altri modi: due vicende incomparabili. Fini un gigante, Vannacci – politicamente parlando – un lillipuziano. C’è da dar ragione a Marx quando diceva che «la storia si ripete sempre due volte: prima come tragedia, poi come farsa».

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.