Si è ormai accreditato il pessimo principio per cui il candidato a una carica pubblica elettiva deve dar prova di rettezza dichiarando di non volere i voti della brutta gente, che nella Repubblica democratica fondata sulla fedina penale significa chiunque abbia avuto a che fare con la giustizia e sia stato destinatario di una condanna. L’ultimo è il caso di Palermo, con il politico che non passa l’esame di buon candidato perché non dichiara di avere in schifo i voti, inevitabilmente mafiosi, che gli porterebbero Cuffaro e Dell’Utri.

Quale presupposto civile raccomandi all’ambizione politica di selezionare il consenso previa consultazione dei mattinali e dei repertori di giurisprudenza, proprio non si sa. E ci si domanda, se il criterio è quello, come il candidato di turno debba comportarsi a fronte di casi magari meno strepitosi, ma pur sempre compromettenti in quell’ottica questurina. Metti che tra i sostenitori c’è uno con la villetta abusiva, o un abituale parcheggiatore in terza fila, o la prozia di un pedofilo: in questi casi che fa il candidato? Un comizio per dire che quei voti non li vuole perché lui accetta solo quelli della gente dabbene? Se poi si volesse guardare alla faccenda da un punto di vista desueto, cioè il punto di vista della Costituzione, forse ci sarebbe spazio per ipotizzare che un condannato – e anche un condannato per mafia – avrebbe il pieno diritto di sostenere il candidato che vuole, così come questo avrebbe il pieno diritto di accogliere senza vergogna quel sostegno.

Salvo credere che chi sia stato destinatario di una condanna e della pena detentiva che lo ha privato per anni della libertà debba poi subire quest’altra specie di interdetto democratico, una prosecuzione penitenziale che lo mantiene a vita nello stato di un rognoso civile perché gli manca il necessario sigillo antimafia. La società che ha escluso dal proprio consorzio i condannati dovrebbe rallegrarsi nel momento in cui essi tornano a farne parte, e i candidati politici non dovrebbero aver timore di trovare consenso e sostegno anche presso quei restituiti alla vita sociale: anzi, dovrebbero rivendicarli e rispedire al mittente certe balorde richieste di liberatoria. Perché di tutto ha bisogno l’ordinato corso democratico del Paese, tranne che del voto di origine controllata.