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Imprese venete tra stabilità ed agilità nonostante una macchina amministrativa che impiega mesi per rendere operative norme già scritte
L’occupazione delle imprese venete monitorate da Fòrema è cresciuta del 12,8 per cento in quattro anni, con 8.000 nuovi posti di lavoro sul campione di mille aziende. Il 71,5 per cento ha utilizzato i piani Transizione 4.0 e 5.0, e l’88,6 per cento dichiara di essere oggi più competitiva. È la fotografia diffusa il 30 aprile dalla società di formazione di Confindustria Veneto Est, condotta su un panel rappresentativo per il 76 per cento manifatturiero, in prevalenza PMI di Padova, Treviso e Vicenza, con fatturati fra 2 e 50 milioni. L’efficacia degli interventi, su scala da 1 a 5, raggiunge 4,6 per l’efficienza dei processi, 4,4 per la produttività, 4,1 per la competitività. Per il 66,7 per cento delle aziende la tecnologia ha qualificato gli addetti, non li ha sostituiti.
Sono numeri di un sistema produttivo solido, capace di trasformare gli incentivi in occupazione e qualità. Vanno letti però come un risultato ottenuto malgrado, non grazie. Malgrado un quadro regolatorio che nello stesso quadriennio ha cambiato più volte impalcatura, una macchina amministrativa che impiega mesi per rendere operative norme già scritte, un’incertezza diventata costante di sistema. Il caso più recente è in pieno svolgimento. Il nuovo iperammortamento previsto dalla Legge di Bilancio 2026 è in vigore dal primo gennaio, ma il decreto attuativo è stato firmato dai ministri Urso e Giorgetti solo il 4 maggio. A oggi non è ancora pubblicato in Gazzetta: mancano il visto della Corte dei conti, il decreto direttoriale, l’apertura della piattaforma GSE. Le prenotazioni partiranno a giugno, sei mesi dopo l’entrata in vigore della norma. Il testo firmato presenta due modifiche peggiorative rispetto alle bozze: l’esclusione dei software in cloud e una quinta comunicazione obbligatoria al GSE.
Franco Coin, esperto di innovazione nelle procedure regolatorie per l’impresa, legge il fenomeno come effetto strutturale. «Spesso si vogliono riportare le regole di quando si lavorava sulla carta dentro un modello digitale: la procedura diventa farraginosa, totalmente stupida, non ha la capacità di prendere scorciatoie». L’esclusione dei software in cloud è il caso emblematico: «Non esistono più software non in cloud. Anche Word va a prendere la correzione ortografica nel cloud. Estremizzando, non potrei neanche scriverlo, il progetto». Mancanza di visione travestita da prudenza erariale. Confindustria Veneto Est, attraverso la presidente Paola Carron, aveva parlato di investimenti congelati. Il 74,5 per cento delle aziende intervistate da Fòrema chiede stabilità normativa per almeno cinque-sette anni: una linea produttiva si ammortizza in quel tempo, una filiera si costruisce in quel tempo. Il direttore Gianmarco Russo ha aggiunto che il piano 5.0 «smetterà di essere percepito come un bonus a tempo» solo con un orizzonte pluriennale.
Su questo punto Coin introduce un’inversione di prospettiva. Le aziende, sostiene, hanno torto a immaginare la stabilità quinquennale come orizzonte realistico. «La parte regolatoria fa parte del tuo modello di business. Le aziende illuminate non si sognano di chiedere stabilità per cinque anni: chiedono di avere anticipo, di sapere prima cosa sta per succedere». Le imprese che operano su più mercati — americano, tedesco, asiatico oltre che italiano — questa logica l’hanno già metabolizzata: integrano la dimensione normativa nei processi di pianificazione, considerano il dialogo con le istituzioni come una funzione aziendale al pari del controllo di gestione o della logistica. Coin la mette così: «Se chiedessi a un cliente di non cambiare ragione sociale per cinque anni perché tu hai fatto il contratto, non avrebbe senso. Eppure è quello che si chiede al governo».
L’argomento non assolve il legislatore, lo riposiziona. Il problema dei sei mesi fra norma e operatività resta, sintomo di una macchina pubblica che ha smarrito la capacità di accompagnare il sistema produttivo. Ma il problema speculare è quello di un sistema d’impresa che chiede certezze impossibili invece di adeguare la propria struttura alla volatilità delle regole. Quasi un’impresa veneta su tre fra quelle che non hanno usato gli incentivi indica come motivo la mancanza di competenze interne. La regolatoria, intesa come capacità di leggere e anticipare le norme, fa parte di quelle competenze. Il richiamo a «ridare fiducia» avanzato da Confindustria descrive il presupposto materiale di qualunque investimento. Vale per il legislatore, che deve rendere la macchina amministrativa meno farraginosa. Vale per le imprese, che devono includere il quadro normativo nel proprio orizzonte progettuale. Su entrambi i fronti c’è ancora lavoro da fare.
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