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Il Veneto ha perso 7mila giovani, Gubitta: “Qui i neo-laureati prendono 1.400 euro, all’estero 2000. Serve pagare meglio e creare valore”
Il Veneto della conoscenza si interroga sul lavoro, sui giovani che vogliono restare e su quelli che vorrebbe attrarre. Paolo Gubitta – ordinario di organizzazione aziendale all’università di Padova e membro del Comitato scientifico di DIVE, Driving Innovation in Veneto’s Economy, il progetto per costruire un collegamento stabile tra dipartimenti STEM delle Università del Veneto, imprese e sistema della ricerca – spiega i cambiamenti in corso e quelli necessari.
Professore, nel 2024 il Veneto ha perso oltre settemila giovani (il doppio di dieci anni fa) e il costo stimato è 1,5 miliardi annui. Con DIVE, lei, Giulio Buciuni e Fabrizio Dughiero volete non solo “trattenere” ma “attrarre”. Come?
«Nel secolo scorso si partiva per «mancanza di lavoro» e, quando il lavoro è arrivato anche qui in abbondanza, molti sono tornati. Oggi una parte delle persone più qualificate, mobili e ambiziose se ne va perché non trova abbastanza «buon lavoro»: retribuzione adeguata, percorsi di crescita, autonomia, responsabilità, qualità manageriale, servizi e condizioni per costruire una vita. In più, siamo «corridoio di transito» per giovani stranieri che arrivano nelle nostre università, si formano qui e poi ripartono verso luoghi dove vedono opportunità più coerenti. Con DIVE proviamo a ribaltare lo sguardo. Le condizioni minime sono lavori all’altezza della formazione, traiettorie professionali e non solo posizioni, un ecosistema fatto di imprese, università, ricerca, startup, capitali e servizi avanzati, e infine una comunità abitabile, con casa, trasporti, welfare, scuole, sanità di prossimità e apertura culturale. L’obiettivo è che Padova e il Veneto diventino «territorio di destinazione», da scegliere perché offre un progetto di vita credibile anche per metter su famiglia».
In Veneto c’è stata la proposta delle “borse d’ingresso” da cinquecento euro per colmare il divario strutturale con Altri Paesi. Lei ha più volte detto che la leva retributiva è necessaria ma non sufficiente. Cos’altro serve?
«La leva retributiva è necessaria, perché il divario con altri Paesi pesa: a un anno dalla laurea, chi lavora in Veneto guadagna circa 1.400 euro netti, contro circa 2.000 all’estero. Le Borse di Impiego sono un segnale che comunica impegno da parte delle istituzioni, ma non bastano se restano isolate. Vanno inserite in un patto pluriennale, selettivo (e non a pioggia), con risorse pubbliche e private, indicatori di impatto e responsabilità delle imprese. Le leve sono tre: produttività, perché per pagare meglio bisogna creare più valore; carriera, perché i giovani cercano traiettorie e non solo contratti; welfare aziendale e territoriale, perché casa, mobilità, asili, salute e formazione continua fanno parte del “buon lavoro”».
In DIVE avete individuato alcune filiere strategiche (medtech, agrifood, aerospace) che lasciano sullo sfondo i settori della storia industriale veneta. Significa che la manifattura tradizionale è in declino irreversibile?
«No, non è una bocciatura della manifattura tradizionale, ma il tentativo di anticiparne l’evoluzione. Moda, vetro, mobile, meccanica, occhialeria e agroalimentare restano parte essenziale dell’identità produttiva veneta. Il Made in Italy del Novecento non va difeso come se fosse immobile, ma portato dentro un nuovo Made in Italy, fatto di ricerca, tecnologia, dati, sostenibilità, servizi e capitale umano qualificato. Medtech, agrifood e aerospace sono tre esempi di questa trasformazione. La nostra idea è superare la contrapposizione tra «vecchie e nuove filiere», ma capire quanta conoscenza mettiamo in ciò che già sappiamo produrre. DIVE serve a questo: non abbandonare la manifattura veneta, ma portarla in una scala nuova, con challenge industriali, percorsi di accelerazione, imprese plug-in e circolazione di capitale umano tra università, startup e imprese consolidate».
Infrastrutture e nodo abitativo: quanto pesano case, treni, asili nido e sanità di base nelle scelte di trentenni, rispetto al cedolino di fine mese?
«Pesano moltissimo, perché il cedolino può convincere una persona ad accettare un’offerta, ma è la geografia del quotidiano a decidere se quella persona resta. Abitazione, trasporti e welfare territoriale sono accessori per la competitività e infrastrutture del capitale umano».
Imprese più competitive in un territorio a trazione «imprese a proprietà familiare». Queste imprese sono pronte ad aprirsi per davvero?
«Lo scorrere del tempo fa la sua parte e accelera il ricambio generazionale. I Millennial (Gen-Y) non entra per diritto dinastico, ma sceglie di farlo e se ne assume la responsabilità, per legittimarsi, con competenza, metodo e ascolto, e trasformare l’impresa anche con una governance più evoluta e aperta. La chiamo «Y-Way of Running Italian Family Business» e ci stupirà».
Il territorio è ancora percepito come terra di capannoni e laboriosità e non di ricerca, laboratori, startup e deeptech. A chi spetta ripensare la narrazione?
«Nella narrazione dei «capannoni» e del «fare» si specchia il nostro glorioso passato. Il Veneto è e sarà «laboratori» e «pensare»: nuovo Made in Italy, università, ITS e dintorni. Solo uno sforzo corale potrà scrivere il copione di una nuova storia: da una parte, università, imprese e politica regionale; dall’altra, un’alleanza tra Gen X, Gen Y, Gen Z e presto Gen Alpha. È questa la legacy che la mia generazione, oggi 50-60enne, deve impegnarsi a consegnare al prossimo».
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