Napoli, la sua provincia e la Campania tutta sono un territorio difficile. Se i report sui cambiamenti della società restituiscono l’immagine di una società sempre più sotto pressione e di famiglie come luoghi di conflitti e violenze, la realtà campana si mostra come un contenitore dove certi disagi sociali diventano amplificati, moltiplicati ma purtroppo non adeguatamente affrontati. Perché? «In Campania abbiamo 550 Comuni, dovrebbe esserci un assistente sociale per ogni 5mila abitanti ma di fatto non copriamo nemmeno il 50% dei posti, spiega Gilda Panico, presidente dell’Ordine regionale degli assistenti sociali della Campania.

«Un anno fa abbiamo fatto una campagna, chiamandola non a caso Da nessuno a uno a cinquemila, per sollecitare azioni politiche finalizzate a eliminare i vuoti in organico degli assistenti sociali e abbiamo organizzato vari convegni fino a prima del lockdown». Ma la sensazione è che la politica sia poco attenta a tali richiami. Eppure la figura dell’assistente sociale può avere un ruolo strategico per le città. «Ci sentiamo rispondere che mancano i fondi, eppure il servizio sociale è un servizio essenziale e il rapporto di uno a 5mila dovrebbe essere rispettato», dice Panico.

Ma per il futuro c’è speranza, e ci proposte e progetti. «Abbiamo chiesto una legge regionale per avere la strutturazione di un servizio sociale professionale negli enti locali e nella sanità – afferma Panico – Vorremmo che in tutti i Comuni fosse previsto un servizio sociale strutturato e si attuasse una riorganizzazione del servizio sociale in ambito sanitario locale. Basti pensare che nella realtà dell’ospedale Cotugno, con tutto quello che sta succedendo in questo periodo a causa della pandemia, ci sono solo due assistenti sociali, eppure potrebbero essere di grande supporto alle famiglie in cui c’è stato un caso di Covid. Al Vecchio Policlinico ce n’è solo uno – afferma la numero uno degli assistenti sociali campani – Invece pensiamo che un servizio sociale strutturato negli ospedali sia importante per le persone che arrivano al pronto soccorso, sarebbe un primo filtro per capire la situazione».

C’è anche l’idea di essere presenti nelle scuole. «La presenza di assistenti sociali potrebbe rappresentare un posto neutro in cui una persona che accompagna il bambino a scuola ed è in difficoltà possa sentirsi invogliata a raccontarsi e a essere guidata e aiutata». «Spesso – osserva Panico – si tende a inquadrare tutte le storie di disagio in un ambito psicologico o psicopatologico , trascurando invece l’aspetto socio-ambientale». Serve, dunque, cambiare approccio ma anche investire sulle risorse, colmare i vuoti in organico e organizzare il settore. Per certi versi sembra una corsa contro il tempo: mentre i casi di disagi e i drammi familiari aumentano, gli assistenti sociali (quei pochi che sono in servizio) si avviano in gran numero verso il pensionamento. «Nei Comuni dove esiste un servizio sociale trentennale molti colleghi stanno andando in pensione e non vengono sostituiti – sottolinea Panico – Non ci sono nuove assunzioni ma ci si affida a cooperative, con contratti precari e un superlavoro per i colleghi. Durante la pandemia, per esempio, fra reddito di cittadinanza e altre situazioni, abbiamo avuto colleghi che hanno lavorato senza riposo».

Penalizzata anche la formazione: «Abbiamo fatto corsi di formazione ma dovremmo prevedere servizi che non partono su progetto come accade ora ma dovrebbero essere considerati essenziali perché la violenza se c’è ci sarà sempre – afferma l’esperta – Inoltre c’è il problema dei consultori che oggi hanno perso la loro origine, erano nati proprio per risolvere le problematiche della famiglia». A tutto ciò si aggiunga che gli assistenti sociali sono spesso malvisti. Perché tanta diffidenza? «Abbiamo in programma protocolli di intesa con l’Ordine dei giornalisti, l’Ordine degli psicologi, il Garante per l’infanzia, l’Unicef. La cultura deve cambiare, la gente deve avere fiducia in noi. Anche per la formazione dei nostri professionisti puntiamo sull’approccio con chi è in difficoltà e con l’università Federico II – conclude – attueremo un protocollo per organizzare i tirocini e bilanciare i piani di studi non tanto su materie di tipo giuridico quanto su materie tecniche».