La sindrome da alienazione parentale non è riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale eppure entra in molte sentenze, la violenza è spesso confusa con il conflitto nelle cause di separazione e assistenti sociali, avvocati, giudici e consulenti tecnici non hanno sempre una formazione adeguata. Insomma, se ci si addentra nel mare magnum della violenza di genere, ci si imbatte in anfratti di dolore e incompetenza, di criticità e strumentalizzazioni. Ed ecco spiegato perché richieste di aiuto e denunce, pur essendo in crescita rispetto al passato, non viaggiano parallele, nel senso che le seconde sono inferiori alle prime. Il fatto è che molte donne – e lo hanno riscontrato anche i centri antiviolenza durante questa estate tra Napoli e provincia – sono restie a denunciare mariti e compagni violenti, temendo di finire a loro volta accusate di “alienazione parentale” e di vedersi togliere i figli che vengono affidati a una casa famiglia o addirittura al padre violento. Il fenomeno è talmente diffuso da diventare oggetto di studio da parte della Commissione di inchiesta sul femminicidio presieduta da Valeria Valente, senatrice napoletana del Partito democratico.

Il lavoro della Commissione non è ancora terminato, si indaga su un campione di 600 casi in tutta Italia. L’attenzione è concentrata sui procedimenti civili, quelli in cui vengono definite separazioni giudiziali e affidamenti di minori che hanno sullo sfondo episodi di violenza domestica. Il lavoro della Commissione è partito dalla segnalazione di 30 casi, storie di donne e mamme che si sono viste togliere i figli dall’oggi al domani, talvolta senza nemmeno avere la possibilità di sentirli al telefono o, peggio, di sapere dove li avessero portati. E tutto perché, avendo denunciato per violenze e maltrattamenti i mariti, sono state da questi accusate di aver condizionato i figli nel loro rifiuto di voler vedere il genitore. Un dramma nel dramma. Come evirarlo? «Le criticità – spiega la senatrice Valente – sono nella formazione. Assistenti sociali e psicologi, giudici e avvocati sono determinanti ma talvolta scontano una mancata preparazione sull’argomento. Il tema vero – sottolinea – è che non viene applicata fino in fondo la Convenzione di Istanbul che è legge del nostro Stato e prevede di mettere subito in sicurezza il minore da un eventuale padre e uomo violento».

Quella che le donne definiscono “violenza istituzionale”, tanto da unirsi anche in un comitato per far valere i propri diritti, è dunque uno degli effetti di un vuoto di formazione. «Se si applicasse bene la Convenzione – osserva Valente – non accadrebbe che un minore venga tolto alla madre esercitando una sorta di vittimizzazione secondaria della donna, che a quel punto si ritrova vittima due volte». «Per noi – precisa la presidente della Commissione sul femminicidio – un padre violento non ha diritto a frequentare in maniera ordinaria il figli. Può farlo solo con percorsi protetti e predisposti dai giudici, con cautele stabilite a seconda del caso e della pericolosità sociale del soggetto. Ovviamente parliamo di un sospettato, un presunto violento. Sono e resto garantista, ma nel nostro ordinamento abbiamo sposato il principio di pericolosità sociale in base al quale sono previste misure cautelari e ordini di protezione che sono indipendenti dall’avvio del processo e dall’accertamento della responsabilità penale».

La formazione e le competenze, dunque, restano i temi centrali. «Spesso i bambini non vengono ascoltati o non lo sono in maniera adeguata e non si indaga sui motivi per cui un bambino rifiuta di vedere il padre accusato di violenza. Questa – osserva – è un’altra stortura del sistema». Eppure le norme ci sono, ma è nella pratica che si rischia di generare veri e propri drammi. «Il pericolo è che la violenza non venga letta come tale, se non in sede penale. Se saranno confermati i nostri sospetti – conclude Valente – bisognerà intervenire per garantire che chi valuta questi casi sia adeguatamente formato per riconoscere e distinguere la violenza dal conflitto, evitando di incorrere nell’errore di derubricare la violenza a mero conflitto come accade in troppe sentenze di separazioni, relegando la violenza alla sola sfera penale. La vera sfida, dunque, è nel settore civile».