«Basta con le riforme a costo zero, come è stata la norma sull’affidamento condiviso. Bisogna dedicarsi di più alle problematiche della famiglia». L’avvocato Valentina De Giovanni, presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani di Napoli, interviene sulla necessità di riforme che riportino al centro dell’attenzione istituzionale i temi della famiglia, per risolvere le varie criticità del settore, inclusi i drammi legati all’affidamento dei figli nei casi di separazioni coniugali e violenze di genere. «La famiglia viene considerata sempre un argomento di serie B, ma così non è – spiega – La famiglia è alla base della nostra Costituzione come primo organismo a fondamento della nazione e su di essa occorre investire di più».

L’esperienza sul campo ha insegnato che le leggi, da sole, non possono bastare. «Le normative sono state fatte: negoziazione assistita, divorzio breve, affidamento condiviso, equiparazione delle coppie di fatto alle nate all’interno del matrimonio. Tuttavia, tutti questi elaborati giuridici e il grande lavoro giurisprudenziale che si fa non bastano perché il vero problema è che manca lo Stato sociale», osserva la matrimonialista. Ogni volta che si verifica un caso di violenza domestica, ogni volta che c’è una separazione, si dovrebbe poter contare su servizi di sostegno e invece le difficoltà si sommano. «Le persone possono solo fare la separazione con il patrocinio a spese dello Stato, ma per il resto se non hanno disponibilità economica non possono fare nulla: non è facile seguire percorsi psicologici gratuiti, non si può richiedere una consulenza tecnica di ufficio se non si ha modo di pagare di tasca propria il consulente», spiega l’esperta.

Ed ecco che si consumano drammi familiari o la violenza istituzionale si abbatte su donne che, dopo aver denunciato botte e minacce subite da mariti e compagni violenti, si vedono anche allontanare dai propri figli. «Purtroppo scontiamo dei vuoti culturali – aggiunge De Giovanni – Credo che l’abominio maggiore si verifichi quando una donna denuncia una violenza a cui hanno assistito anche i figli e dal tribunale viene ritenuta un soggetto non tutelante al punto che i figli vengono collocati in una casa famiglia. A me è capitato di occuparmi di casi del genere e, soprattutto nel nostro circondario, sono più numerosi di quanto si pensi». «Bisogna quindi lavorare molto sulla cultura e sulla formazione di tutti coloro che in qualche modo operano in questi settori – sottolinea De Giovanni – perché se gli avvocati a cui gli utenti si rivolgono come primo anello della catena avessero tutti la sensibilità e la formazione per aiutare le parti a individuare soluzioni condivise, se ci fossero dei servizi sociali sempre in grado di essere obiettivi (perché molto spesso ci sono anche della grandi disfunzioni da questo punto di vista), se i magistrati avessero la sensibilità e la prontezza di intervenire, se le forze dell’ordine fossero tutte formate in attività di monitoraggio per far emergere gli abusi, allora forse qualcosa potremmo fare. Ma occorrono fondi, occorre investire, non si può pensare di agire a costo zero».

Un altro dei nodi riguarda il tema della bigenitorialità, un principio introdotto con la legge 54 del 2018 sull’affidamento condiviso. «La legge è nata con un intento positivo perché ha cercato di portare un equilibrio e ha riproposto l’attenzione sulla necessità del minore di godere di entrambe le figure genitoriali – spiega la presidentessa dei matrimonialisti napoletani – Ha quindi spostato l’ottica non sui diritti dei genitori ma sul diritto del minore ad avere entrambe le figure genitoriali. Ma nella realtà, purtroppo, soprattutto nel nostro territorio, l’affidamento condiviso viene applicato come se fosse un affidamento esclusivo, con un genitore prevalente e un assegno di mantenimento che deve essere corrisposto dal genitore che non vive con il minore». E il discorso, a questo punto, torna alla formazione, alla necessità di fondi e all’esigenza di uno Stato sociale decisamente più presente.