Denuncia il marito violento, le tolgono i figli e li affidano a lui. Sì, proprio a quel marito, ritenendo che un cattivo marito può essere un buon padre. Ma se ciò è vero, non si capisce perché una madre che denuncia maltrattamenti, botte e minacce debba invece essere considerata una mamma alienante sulla scorta dell’esistenza di una presunta sindrome di cui nessuna comunità scientifica ha certificato l’esistenza. Eppure succede. È successo a Veronica, donna, mamma e professionista di una cittadina della provincia vesuviana. A lei è accaduto anche di più. È successo che un giudice del Tribunale per i minorenni l’abbia allontanata dai figli concedendole di vederli un’ora soltanto alla settimana e un weekend ogni quindici giorni, dopo mesi in cui non ha potuto vederli né sentirli al telefono e dopo altri mesi ancora in cui poteva vederli per un’ora e soltanto alla presenza di un assistente sociale.

E tutto non già per un rischio conclamato, ma per una presunzione di rischio di alienazione parentale. Già, non già l’alienazione (che di per sé nemmeno esisterebbe) ma addirittura per un presunto rischio di alienazione parentale, cioè un sospetto di condizionamento dei figli nei confronti del padre che lei aveva denunciato per le botte prese durante i litigi. La storia di Veronica è una delle tante storie di donne che dopo essere state vittime dei mariti finiscono per essere vittime delle istituzioni, nel senso di dover subire le conseguenze di leggi e modi di applicarle che in nome della bigenitorialità finiscono per mortificare altri diritti. Veronica è la mamma di tre bambini che oggi hanno 12, 9 e 6 anni. Non può più vivere con loro, deve accontentarsi di vederli un fine settimana sì e uno no. Non può condividere con loro compleanni, il Natale e altre festività, i pomeriggi di gioco, la scuola, insomma la vita quotidiana.

«Li ho partoriti con tanta sofferenza, accuditi con tanto amore, cresciuti come unica ragione di vita, con enormi sacrifici e con tutta la protezione che solo una madre comprende e sa porre in essere. Ho sempre lavorato, condotto la famiglia nel miglior modo possibile, senza aiuto e sostegno di nessuno, nemmeno dell’uomo che ho avuto al fianco. Per loro sono stata pronta ad affrontare quello che la vita matrimoniale mi ha riservato di brutto, quanto di peggio una donna, una madre, conosce all’interno delle mura domestiche. Grazie a loro, ai loro sorrisi, ai loro occhi, sono riuscita a tirare fuori il coraggio di dire basta», racconta Veronica. «Non avrei mai immaginato che dopo le violenze subite sarei finita in un baratro ancor peggiore. Coloro verso i quali nutrivo fiducia, avvocati, consulenti, giudici, periti e assistenti sociali, sono stati omertosi con il violento sposando teorie astratte.

È iniziato un incubo senza fine, dove si invertono i ruoli, dove il violento diventa la vittima e la vittima il carnefice. Da madre accudente sono stata dipinta come alienante. A nulla sono serviti tutti i miei tentati di difesa. Ogni azione, persino la più legittima, di amore, di difesa, di protezione, è stata letta come manovratrice secondo chissà quale malefico artifizio». Veronica non in questi tre anni non si è mai arresa. Sostenuta dal centro antiviolenza Aurora presieduto da Rosa Di Matteo, è pronta a cominciare un’altra battaglia. «Denuncerò i servizi sociali e il Comune dove abito – spiega – Le istituzioni hanno agevolato mio marito. Hanno collocato i miei bambini nel domicilio di lui, nonostante le mie denunce». L’inferno di Veronica comincia con un’escalation di violenze: prima quella economica, poi quella verbale e infine, in cinque occasioni, i calci e i pugni. «L’ultima volta ho pensato di morire, mi strinse le mani al collo, mi salvò mio figlio più grande».

Con la separazione comincia per Veronica un nuovo calvario: denuncia le anomalie di relazioni di assistenti sociali e consulenti tecnici, segnala i comportamenti del marito contrari alle disposizioni del giudice. «I bambini – racconta Veronica – hanno vissuto attimi di paura, di ansia, credendo addirittura che la propria madre li avesse abbandonati e questo grazie a un espediente inventato dagli assistenti sociali. Oggi se chiedo a uno dei miei figli di restare da me mi sento rispondere: mamma è meglio di no» dice Veronica, preoccupata per ciò che vivono i suoi bimbi lontano da lei.