Era il 29 agosto del 2021. Avrei conosciuto personalmente Marco “Morgan” Castoldi, solo un anno dopo. Lo vedo per la prima volta, scosso e trafelato, quando viene fermato dall’inviato della Vita in Diretta-Estate di Rai1 mentre si stava allontanando di corsa dal rogo che aveva appena distrutto il grattacielo davanti casa sua.
Ero stato chiamato d’urgenza a commentare in studio un evento drammatico e straordinario che si stava consumando -espressione quanto mai pertinente- in quelle ore. Un grattacielo di recente costruzione era andato a fuoco per ragioni da accertare. Quello che stupiva, oltre al fatto che il rivestimento non fosse ignifugo, e avesse perciò consentito alle fiamme di propagarsi, era la modalità di innesco.

L’incendio era partito con tutta evidenza dal terrazzo di un appartamento disabitato, dove era stato accumulato parecchio materiale infiammabile. L’ipotesi è che qualche oggetto lì presente avesse concentrato la luce del sole di agosto, facendo raggiungere, nel punto di convergenza dei raggi, una temperatura superiore a quella di combustione di uno di quegli oggetti ammassati. Qualcuno ipotizzò, e altri assentirono, che fosse a causa di una bottiglia di vetro trasparente, magari con dell’acqua dentro, che avrebbe fatto “effetto lente”. È assolutamente vero che riscaldando un materiale al di sopra della temperatura di ignizione spontanea, le fiamme si sprigionano senza bisogno di appiccare materialmente il fuoco. Il titolo del romanzo distopico Farenheit 451, in cui si parla della distruzione dei libri messi all’indice da una dittatura reazionaria, allude proprio a questo. Al di sopra dei 451 gradi Farenheit, corrispondenti circa a 230 gradi centigradi, la carta prende fuoco da sola.

Eppure anche la carta, rinomata per la facilità di combustione (è proverbiale l’espressione “come dare un fiammifero ad un bambino che abita in una casa di carta”) non arriva praticamente mai a 230 gradi, senza che qualcuno avvicini una fiamma. E se ci fosse stata della plastica? Peggio ancora, si accende sopra i 400 gradi. Il legno verso i 300. Perfino la benzina ha una temperatura piuttosto alta, 250 gradi. Ecco perché non c’è alcun rischio che il serbatoio della vostra auto esploda sotto il sole, anche se l’avete parcheggiata al centro del Sahara. È quindi verosimile che l’incendio del grattacielo fosse stato innescato da una bottiglia piena d’acqua in prossimità di carta asciutta? Vediamo. Avete mai provato a bruciare della carta con una lente di ingrandimento? Bisogna che la lente sia perpendicolare ai raggi del sole, che sia tenuta alla giusta distanza dalla carta (distanza focale) con una tolleranza minima -di qualche millimetro- e che la mano sia ferma per dirigere il cono di luce così ottenuto in un punto preciso per qualche decina di secondi.

Con una bottiglia, piena o vuota che sia, cilindrica, panciuta come un fiasco, o di qualunque forma possiate immaginare, io, che pure sono un fisico, non riuscirei mai e poi mai a far bruciare un pezzo di carta. Figuriamoci se una cosa del genere può accadere accidentalmente. E perfino con una lente, benché si riesca a carbonizzare la carta nel punto in cui si concentrano i raggi, molto difficilmente si riuscirà a produrre una fiamma viva che possa propagarsi. Veniamo allora agli incendi dei boschi. Possono essere dovuti a cause spontanee o fortuite? Le guardie forestali dicono che è molto improbabile. Io, che non ho il dovere di concedere il beneficio del dubbio ai sospetti piromani, sono più drastico. No, gli incendi non si verificano spontaneamente, a meno che non ci siano cause naturali evidenti. Se non ci sono eruzioni vulcaniche nei dintorni, o temporali con fulmini che raggiungono il suolo prima che la pioggia abbia fatto in tempo a bagnare erba secca e legno, non è possibile. È vero che può capitare eccezionalmente che possa prendere fuoco un fienile perché il fieno all’interno è rimasto umido e ha cominciato a fermentare. Infatti in questo caso il combinato disposto dovuto alla fermentazione, cioè da una parte il rilascio di gas molto infiammabili e, dall’altra, l’aumento della temperatura dovuta ai processi batterici, può effettivamente innescare un incendio.

Però si tratta di eventi prevedibili, per quanto molto rari, e classificabili alla stregua di incendi dovuti a corto circuiti o a fughe di gas e quindi non sono assimilabili a cause naturali. Quando si verifica un incendio in un bosco, nella migliore delle ipotesi è attribuibile all’incuria, alla negligenza o alla superficialità di turisti e villeggianti. Faville dei falò del picnic che schizzano sull’erba secca o le braci rimanenti dopo la conclusione della grigliata o, ancora, mozziconi di sigarette gettati incautamente in terra sono in qualche caso l’innesco degli incendi. Tuttavia neanche queste sono le ragioni più probabili. Anche la paglia asciutta, che possiamo figurarci come facilmente infiammabile, in realtà comincia a bruciare solo sopra i 220 gradi. Provate a prendere della brace di sigaretta e metterla in un bicchiere contenente erba secca. L’erba fumerà, si arriccerà, si annerirà, si carbonizzerà, ma non si incendierà, come sa chi abbia provato ad usare quella tecnica primitiva per accendere il fuoco che consiste nello sfregamento di due pezzi di legno per produrre un frammento di brace.

Dopo averlo avvolto accuratamente con della paglia, dovrà tribolare parecchio rigirando l’involto e soffiandoci sopra perché l’aria penetri e si sviluppi la fiamma. Lo nota anche Dante osservando la trasformazione di Agnello Brunelleschi “come procede innanzi dall’ardore/per lo papiro suso un color bruno” (Inf. XXV, 64) ovvero, prima di incendiarsi, la foglia di papiro si scurisce progressivamente e, aggiungo io, se non è a contatto diretto della fiamma non brucia proprio… Quindi, se sentite che è divampato un grande incendio, raramente vi sbaglierete pensando che qualche delinquente si è impegnato, e pure parecchio, per scatenarlo. Spesso sul posto da cui è partito, si rinvengono taniche contenenti residui di benzina o di altro liquido infiammabile. E non chiamateli piromani. I piromani sono individui mentalmente disturbati che appiccano i roghi per il piacere morboso di contemplare la forza distruttrice delle fiamme. Ma, per fortuna, di questi soggetti da Tso non ce ne sono molti in circolazione. Gli autori degli incendi dolosi sono canaglie lucidissime che lo fanno per motivi disparati, generalmente per ottenere che il bosco lasci il posto a lotti di terreno edificabile.

Quindi la colpa è degli altri e noi dobbiamo solo indignarci? No, siamo tutti, ognuno nel proprio piccolo o piccolissimo, corresponsabili. Gli incendiari sono la mano armata, ma siamo tutti noi, collettivamente, a favorire la loro azione. Il riscaldamento planetario dovuto alle emissioni di gas clima-alteranti in atmosfera provocano periodi di siccità prolungata, predisponendo campi e boschi a incendi difficilmente controllabili. So di fare come Catone il Censore che, qualunque cosa si discutesse nel Senato di Roma, al termine dei suoi interventi concludeva dicendo: “e infine penso che Cartagine debba essere distrutta”. Era un’epoca barbara e feroce, in cui i pericoli andavano prevenuti eliminando fisicamente chi li potesse arrecare.

Oggi invece il pericolo lo creiamo noi, preparando le condizioni idonee tanto agli incendiari, quanto all’insorgenza di eventi estremi a cui assistiamo in questi giorni, come l’emergenza idrica e la fusione anomala dei ghiacciai, anch’essi frutto dello stesso albero malato. Morgan non poteva sapere che sarebbe stato meglio allontanarsi da casa quel giorno. Noi invece ormai sappiamo che, non potendo allontanarci dal pianeta, dobbiamo urgentemente intervenire per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Come? Non pretendete di avere prognosi e cura nello stesso articoletto. Avremo modo di riparlarne. L’estate è lunga e il Riformista gode di ottima salute…