Se il presidente del Consiglio fosse più coraggioso, più consapevole, un po’ meno “avvocato del popolo” e un po’ più vicino al suo popolo in ogni sua piega e sfaccettatura. Se fosse uno statista. Se fosse così, per esempio ieri, invece di ripetere con sussiego “rifarei tutto”, avrebbe potuto dire alla pubblico ministero di Bergamo Maria Cristina Rota che lo ascoltava in qualità di persona informata di quel che era successo tre mesi fa nella bergamasca, parole di questo tipo: è vero, signor pubblico ministero, che nella mia veste di capo del governo, consapevole della mia responsabilità prevista dalla Costituzione, che mi attribuisce competenza esclusiva in caso di pandemia, che il 3 marzo scorso avevo deciso di istituire la “zona rossa” nei due comuni di Nembro e Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo.

Del resto questa decisione mi era stata suggerita anche dal Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro (che aveva avuto questa indicazione anche dall’assessore Gallera della Regione Lombardia) e dal presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. Non ho avuto dubbi, poiché mi sta a cuore la salute dei miei cittadini. Su mia disposizione, il ministro dell’interno Luciana Lamorgese ha dato ordine alla Prefettura di Bergamo che, nella notte tra il 4 e il 5 marzo, ha fatto spostare trecento uomini delle forze dell’ordine, carabinieri, poliziotti, finanzieri e anche esercito, nelle località da isolare, come avevamo già fatto nei comuni di Codogno e di Vo’. Era tutto pronto, i militari erano già in zona, i confini erano segnati.

Poi, signor pubblico ministero, è successo qualcosa che mi ha creato una grande angoscia. Perché, come lei sa bene essendo, credo, nativa di quelle parti, qualcuno mi ha fatto notare che con quella decisione avrei creato un altro tipo di strage, quella dello sviluppo, del lavoro e dell’economia. La Valseriana è una zona ricca di centinaia di piccole, medie, ma anche grandi aziende, con un notevole fatturato, migliaia di posti di lavoro e un flusso costante di esportazione. Chiudere i confini e chiudere le fabbriche avrebbe significato aggiungere strage a strage, da quella sanitaria a quella economica. Inoltre, purtroppo, mi si faceva notare, i buoi erano ormai usciti dalla stalla, il contagio era diffuso ed era pressoché impossibile fermarlo del tutto. Non ci ho dormito la notte, prima di decidere. Poi ho dovuto. Ecco perché non ho più chiuso quei confini, ecco perché ho ritirato i trecento uomini, ecco perché ho ripiegato sulla “zona arancione”, un provvedimento più blando, e l’ho fatto applicare a tutta la Lombardia. Ma mi sono preso sempre cura della salute dei miei cittadini. E non ho inteso uccidere nessuno, né favorire l’epidemia.

Sarebbe stato un discorso sincero e generoso, un’assunzione di responsabilità politica e sociale. Da statista vicino al suo popolo, ai suoi cittadini, alla loro salute e al loro lavoro. Ma Giuseppe Conte non l’ha fatto, né avrebbe potuto. Non sarebbe stato lui, sarebbe stato una persona con certi principi, un’idea di società, un progetto politico di futuro del Paese, magari addirittura un’ideologia capace di farlo stare di qua o di là, invece che un po’ qua e un po’ là. Assumersi una responsabilità politica, senza scaricarla su altri soggetti come quelli regionali, dopo aver scritto ordinanze in cui si affermava che «le direttive aventi incidenza in materia di ordine e sicurezza pubblica rimangono di esclusiva competenza statale», non vuol dire però avere responsabilità penali.

Gli articoli 438 e 452 del codice penale prevedono comportamenti attivi: «Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di agenti patogeni…». Ergastolo per il caso di dolo, pena da uno a cinque anni per l’ipotesi colposa. Non è previsto il caso di responsabilità omissive. Non ha quindi molto senso il fatto che la procura della repubblica di Bergamo abbia aperto un’inchiesta con questa ipotesi di reato. E neanche il fatto che esistano fascicoli aperti sulla base di esposti di privati cittadini. Aprire indagini penali non è imposto neppure dal principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, esiste anche la possibilità di archiviare, nel caso di denunce palesemente infondate. Altrimenti bisogna avere il coraggio di denunciare anche i medici. Non si può continuare a cercare vaghe “responsabilità politiche” per i contagi e le morti. La dottoressa Rota all’uscita da palazzo Chigi dopo aver sentito come testimoni il premier e i ministri dell’interno Lamorgese e della salute Speranza, ha riferito che gli incontri si sono svolti in un clima disteso e di massima collaborazione istituzionale.

E su quanto aveva dichiarato il 29 maggio, dopo le audizioni del Presidente Fontana e dell’assessore Gallera, sulle responsabilità del governo, ha detto di non aver nulla di nuovo da aggiungere. Come se gli incontri di ieri non le avessero fatto cambiare idea. O come si fosse un po’ pentita di essersi lasciata sfuggire un’opinione a indagini appena avviate. Era stata criticata, per quel fatto, soprattutto da tutti quelli che da venticinque anni – dai tempi di Di Pietro fino ai giorni di Gratteri – si erano abbeverati alle dichiarazioni irrituali o ai passaggi di carte da parte dei pubblici ministeri. Ora andiamo a completare il nostro lavoro, ha detto soltanto la dottoressa Rota ieri, congedandosi dai cronisti. Speriamo ciò avvenga in tempi rapidi e senza l’eterno esercizio di supplenza da parte della magistratura nei confronti del mondo politico.