«Manfredi ha scelto come assessori molti tecnici e pochissimi politici, segno che è riuscito a mantenere la sua autonomia rispetto ai partiti. Il suo atteggiamento ricorda molto quello adottato dal presidente del Consiglio Mario Draghi. I Cinque Stelle? Hanno contato veramente poco». Paolo Macry, storico e tra i più autorevoli osservatori delle dinamiche della città, commenta con il Riformista la nuova Giunta del sindaco Gaetano Manfredi.

Professore, prime impressioni sulla squadra di assessori?
«Mi sembra una Giunta apprezzabile: si vede chiaramente la mano del sindaco. Si vede che sono scelte fatte da lui e che ci sono profili che conosce personalmente come Edoardo Cosenza o Laura Lieto. Vuol dire che è autonomo: ha scelto lui».

Manfredi ha tenuto per sé molte deleghe importanti. Come interpreta questa scelta?
«Credo che questa sia una tendenza diffusa un po’ in tutta Italia. Mi pare di capire che molti neo sindaci, da Lo Russo a Gualtieri, intendano conservare nelle proprie mani diverse deleghe. Nel caso di Manfredi, questo conferma la sua volontà di restare autonomo rispetto ai partiti e fare una Giunta come dovrebbe essere fatta: di persone competenti su singoli settori».

In effetti, ci sono pochi politici e molti tecnici…
«Esatto. Al momento nella squadra di Manfredi di politici a tutto tondo ne vedo veramente pochi. È vero ci sono Teresa Armato e Paolo Mancuso, ma lui per esempio ha iniziato a fare politica da poco. Mi sembra obiettivamente basso il tasso politico di questa Giunta».

I Cinque Stelle, invece, che ruolo hanno avuto?
Si poteva pensare, e confesso di averlo pensato anche io, che il loro ruolo potesse essere molto incisivo. Insomma, era legittimo visto che l’ex premier Conte è stato il grande sponsor di Manfredi. E invece il ruolo del M5s mi è sembrato molto marginale. C’è Luca Trapanese alle politiche sociali, ma sarebbe il candidato di Fico, non di Conte. C’è Paolo Baretta al Bilancio, lui è stato sindacalista della Cisl, eletto del Pd, ha partecipato al governo Conte ma non si può dire che sia un esponente dei Cinque Stelle. Quindi da questo punto di vista c’è una mano del sindaco forte».

Crede sia una cosa positiva?
«Direi di sì. Manfredi ha avuto un’affermazione personale pesante e aveva anche il diritto di mettere i puntini sulle “i”, è evidente, però, che è riuscito a essere molto autonomo rispetto ai partiti. Avrà chiesto loro di stare ragionevolmente dietro le quinte e mi pare che questo obiettivo l’abbia raggiunto. Non dico che l’atteggiamento di Manfredi rispecchi in pieno il modello Draghi, ma ci somiglia molto: sono tecnici che hanno avuto un mandato dai partiti, che li hanno candidati, ma poi hanno scelto in autonomia».

Le sembra, invece, che il governatore De Luca abbia avuto un peso determinante?
«Direi di no. Senza voler fare del trionfalismo, dopo anni di pessimismo, quello che è certo è che, per il momento, Manfredi non si è fatto “mangiare” né da Conte né da De Luca».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.