Sulla giustizia il Pd va all’attacco. A tutto campo. E a illustrarne i contenuti, e importanti anticipazioni, nell’intervista a Il Riformista è Anna Rossomando, senatrice Pd, Vice presidente del Senato, responsabile nazionale Giustizia del Partito democratico.

«Respingiamo al mittente le valutazioni dell’esponente del Movimento 5 Stelle Ferraresi pronunciate alla Camera sul caso dell’ex sindaco di Lodi, Uggetti. Una vicenda su cui ritenevamo definitiva la netta presa di posizione del ministro Di Maio di qualche mese fa». È stata la sua reazione a caldo. Le chiedo: dietro l’uscita di Ferraresi non c’è quel giustizialismo radicalizzato che è stato un elemento identitario dei 5Stelle dal loro nascere?
Le parole di Ferraresi sono apparse un passo indietro rispetto a quelle del ministro Di Maio, che proprio rispetto al caso Uggetti aveva fatto un mea culpa sulla gogna mediatica a cui era stato sottoposto da più parti l’ex sindaco di Lodi. Un punto di avanzamento nella discussione interna al Movimento 5 Stelle che avevamo molto apprezzato. Per quanto riguarda il Pd, continueremo a ripetere fino alla noia che i processi si celebrano nelle aule dei tribunali e non nelle piazze. Su questo non arretriamo, è una questione di civiltà, al di là delle furbizie di chi, come la Lega, oggi gioca a fare il garantista a corrente alternata. Ma per fare i processi in tribunale è necessario affrontare il nodo dei tempi della giustizia. Questo era ed è l’obiettivo delle riforme approvate in questi mesi con il voto favorevole dell’intera maggioranza. Se parliamo di giustizialismo sottolineo che l’inizio di questa legislatura con il governo gialloverde ha prodotto la cosiddetta “Spazzacorrotti” con l’abolizione della prescrizione, la legittima difesa e i decreti Salvini che avevano demolito il sistema di accoglienza e che sono stati poi fortunatamente modificati grazie soprattutto al nostro lavoro. Con i governi successivi e l’ingresso del Pd si è spostato l’asse politico. La cultura delle garanzie non è alternativa alla cultura della legalità. Questo è il quadro di riferimento quando ci confrontiamo con il Movimento 5 Stelle.

Andando oltre, dopo l’approvazione della “riforma Cartabia”, quali sono a suo avviso le questioni primarie da porre in agenda politica e parlamentare da qui alla fine naturale della legislatura, nel 2023?
In primis la riforma del Csm, per diversi motivi. Certamente perché è impensabile arrivare alle prossime elezioni con l’attuale legge elettorale, ma soprattutto perché non è rinviabile una riforma complessiva. Convinta che intervenire sulle regole dell’autogoverno non deve intaccare bensì rafforzare i principi costituzionali di autonomia e indipendenza, così come che per contrastare la degenerazione del correntismo occorre restituire valore al pluralismo delle idee, dico che non si può difendere l’esistente. Tra le misure principali che proponiamo ci sono lo stop alle nomine a pacchetto, tramite l’adozione in ordine cronologico, mentre sui consigli giudiziari prevediamo il diritto di intervento e di voto per avvocati e professori universitari. Nella legge elettorale del Csm vogliamo introdurre un meccanismo che garantisca la parità di genere. Puntiamo inoltre a inserire nella valutazione di professionalità anche un parametro costituito dal dato percentuale di smentite processuali delle ipotesi accusatorie, con un massimo di percentuale significativo. Proponiamo poi la costituzione di un’Alta Corte competente per il giudizio d’Appello sulle decisioni degli organi di autogoverno di tutte le magistrature. In pratica un giudice di Appello nei confronti delle decisioni disciplinari e amministrative del Csm, del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa e di quella Contabile. Si tratta ovviamente di una legge costituzionale, che ho depositato a mia prima firma al Senato pochi giorni fa, sulla quale chiediamo un impegno a tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Intanto è stata recepita la direttiva europea sulla presunzione di innocenza stabilendo un altro punto centrale su corto circuito mediatico e inchieste giudiziarie: stop alla spettacolarizzazione delle inchieste e avanti sul principio che sottolineavo in precedenza, i processi si celebrano in aula. Conclusa questa fase delle tre riforme, penale, civile e Csm c’è un altro tema su cui non intendiamo soprassedere, la riforma dell’ordinamento penitenziario. Qui ci sarà modo di misurare davvero il garantismo di ciascuna forza politica.

Giorgia Meloni chiede di cambiare l’articolo 27 della Carta, quello che proibisce trattamenti inumani in carcere e dichiara la pena “rieducativa”. Non è un arretramento gravissimo?
A dir poco! Con queste parole Meloni vorrebbe buttare al macero secoli di storia e cultura sulla funzione della pena dall’Illuminismo in poi. Tra l’altro della migliore “tradizione italiana” se pensiamo che il padre di questo impianto è Beccaria. Il carcere deve restituire alla collettività persone migliori di quando sono entrate. Le esperienze positive sul campo sono innumerevoli e a differenza della Meloni, pensiamo che questo sia strettamente legato al tema della sicurezza, perché una pena che recupera abbatte la recidiva. Aggiungo che abbiamo tutti gli strumenti per garantire la difesa della legalità in questo quadro.

Lei è responsabile Giustizia del Partito democratico. Ritiene che nell’insieme del partito, e non solo del suo gruppo dirigente, vi sia la necessaria consapevolezza di come il tema giustizia sia cruciale nell’agire del centrosinistra?
Noi pensiamo da sempre che il tema della giustizia sia cruciale nel rapporto tra cittadino e Stato. Una giustizia che non funziona è il primo elemento di discriminazione tra soggetti che non partono da uguali posizioni di tutela. Garantire uguale e sostanziale accesso ai diritti è dunque storicamente un obiettivo dei progressisti e il sistema giustizia ne costituisce uno snodo. Vogliamo anche lasciarci alle spalle una fase lunghissima di quasi 30 anni che ha visto la giustizia quasi esclusivamente come terreno di scontro strumentale. Un approccio che da una parte ha annichilito il dibattito sul rapporto tra libertà e potere e dall’altra ha impedito le riforme attese dal Paese. Quindi nessun partito può permettersi di sottovalutare la portata della giustizia sia da un punto di vista di accesso ai diritti e con le garanzie connesse, sia con riferimento al mondo produttivo che deve avere la certezza dei tempi nella risoluzione delle controversie. Non è un caso che la riforma del processo civile e la riduzione dei tempi dei processi siano state una delle precondizioni per l’ottenimento dell’intero Pnrrr.

Il Pd e i referendum sulla giustizia. Vi sono state prese di posizioni individuali di importanti esponenti dem a favore e contro quei referendum. Non crede che il si e no ai quesiti referendari, non possa essere lasciato alla “libertà di coscienza” ma richieda una indicazione chiara del Pd in quanto tale?
La posizione del Partito democratico sui referendum è sempre stata chiara: con il massimo rispetto dei proponenti, almeno quelli originari, e di chi ha firmato, riforme di questa portata in materia di giustizia, secondo noi, non si possono fare a colpi di abrogazioni. Perché ricordo a tutti che i referendum sono esclusivamente abrogativi. Avevamo detto che le riforme sarebbero arrivate prima del referendum e così è già successo con il processo penale. Sulle valutazioni di singoli esponenti del Pd, valgono le parole del segretario Letta: non siamo una caserma. Oltretutto è evidente che c’è chi ha usato i referendum per convenienza politica e penso alla Lega. Un esempio immediatamente comprensibile: sul quesito sulla custodia cautelare, comunque mal posto, sarei felice se il partito di Salvini avesse cambiato idea rispetto all’impostazione del “devono marcire in galera” e a come votò, cioè contro, sulla riforma dell’istituto nel 2015. Ma basta andare a rivedere le parole di Salvini dopo la condanna in primo grado di Mimmo Lucano per capire che non è così. Anche sulla cosiddetta separazione delle carriere sono state dette molte inesattezze, infatti se dovesse passare il quesito referendario ci sarebbe semplicemente un vuoto normativo sulla sola separazione delle funzioni che già oggi vede criteri stringenti che possono essere accentuati. Per noi il punto è un altro: rafforzare le garanzie nel processo assicurando tempi certi e regole per la piena attuazione del principio di non colpevolezza, contrastare le degenerazioni del correntismo e una certa autoreferenzialità nella magistratura. Abbiamo la responsabilità di farlo in Parlamento che è il qui ed ora del vero garantismo. Peraltro, a riprova di ciò, se alcuni quesiti sono fuorvianti, altri sono già oggetto dei provvedimenti approvati o in via di approvazione.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.