Quando si chiude un libro come questo, è possibile che nel lettore salga una costernazione piena di tristezza e anche di rabbia. Il libro è di Siri Hustvedt, la scrittrice moglie di Paul Auster (“Storie di fantasmi”, traduzione di Gioia Guerzoni e Cristiana Mennella, Einaudi), che ha raccolto le sue riflessioni dopo la morte del grande scrittore americano, uno tra i più magnifici di questa epoca, avvenuta nell’aprile 2024 dopo una dura e inevitabilmente perduta lotta contro un tumore ai polmoni.

Poco prima di chiudere gli occhi per sempre, Auster scrive una dolorosissima lettera al nipotino Miles: «Ho poche speranze di essere ancora vivo a novembre, perciò non saprò mai se la repubblica sarà morta o ancora in vita. Forse attaccata alle macchine, ma ancora in vita. Comunque sia, prometto di andare avanti meglio che potrò, finché ne avrò le forze, e di vedere se riesco a scrivere qualcuna in più (di riflessioni, ndr) prima di essere troppo debole per continuare».

Fu l’ultimo suo assillo, le sorti della democrazia americana, che si andava a spegnere, come lui. La tristezza è sentimento naturale dinanzi alla tragedia che ha colpito la moglie, un dolore che si sgrana parola dopo parola, persino urticante nella prima parte del libro ove si racconta con precisione il decorso della malattia, le cure, il calvario che tutti più o meno conosciamo. Le mail che Siri invia agli amici per metterli a conoscenza, nei dettagli, del decorso della malattia sono colpi al cuore. L’alternanza tra improvvise speranze e repentine disperate emozioni è quella cosa che taglia via pezzetti di vita. Ma la rabbia, ecco, questa è più difficile da spiegare. È la rabbia trattenuta di Siri che nell’accendere i tanti flash della sua – della loro – meravigliosa vita, del loro incrollabile amore, dell’incredibile sintonia morale e intellettuale, scopre improvvisamente «i fantasmi» che dopo la scomparsa di Paul hanno fatto irruzione nella sua mente. Il fantasma di Paul Auster, in primis, in quell’umanissimo aspettare che lui salga i gradini di casa come al solito ed entri nella stanza, bello com’era lui, il leggero sorriso ironico, le parole sempre “giuste” sia che scherzasse sia che parlasse sul serio.

«La casa in cui ci chiamavamo dal piano all’altro, in cui ci leggevamo a vicenda manoscritti sulle poltrone verdi del soggiorno. Questa è la casa che ha ospitato un lungo dialogo ininterrotto su cose grandi e piccole, un dialogo che ora è terminato (…) Ora vivo in una casa infestata da un fantasma che Paul e io abbiamo creato insieme, un “noi” che non esiste più, o comunque non nel presente ma penetrato in tutte le stanze». Ecco la rabbia, un attimo dopo, perché lui non sta salendo quei gradini, e le sue parole non risuoneranno più: e Siri, che era ontologicamente “con” Paul non è più “quella” Siri. Fusi nell’amore, fusi nella letteratura: «Paul mi legge ad alta voce il manoscritto di “Sunset Park” (2010). Gli dico che la frase che ha appena finito è una citazione letteraria del mio romanzo “Elegia per un americano” (2008). Io gli leggo il manoscritto di “Ricordi del futuro” (2019). Mi interrompe: “Siri, quella frase l’ho scritta identica in “Moon palace” (1989)».

Ecco Siri «con» Paul. L’assenza di lui ha cambiato la presenza di lei. La rabbia per la morte, forse – ma questo lei non lo scrive – per non essersene andata prima lei. Questa donna, questa intellettuale che non può non essere affascinante, che era tutt’uno con il marito, che cos’è, adesso? È una ex ragazza che ricorda, ritrova carte, ripensa tutto. È forse questo il vero tema del libro: che cosa resta di una persona quando viene meno quella relazione attraverso la quale, per decenni, quella persona ha costruito anche se stessa?

Hustvedt non è soltanto una vedova che ricorda il marito. È una scrittrice che deve ricostruire la propria identità dopo la fine di un «noi». Una donna che torna sulle fotografie, sulle carte, sui manoscritti, sulle stanze della casa, sui piccoli episodi di una vita comune, quasi che mettere in ordine i frammenti possa restituire un ordine alla vita. Ma la vita, naturalmente, non torna indietro. Resta il fantasma. Di lui, questo enorme scrittore, autore di tanti romanzi immortali, l’uomo che Siri Hustvedt ha amato e per il quale ha scritto per davvero questa elegia per un americano, il suo Paul – il nostro Paul Auster.