L'intervista
“Italia è terza al mondo per surplus commerciale dietro solo a Cina e Germania”, l’analisi di Luongo (Mimit)
In un contesto internazionale sempre più instabile, tra tensioni geopolitiche, rischio di shock energetici legati allo Stretto di Hormuz e un rallentamento della crescita globale, le imprese italiane si trovano ad affrontare una fase cruciale. Costi elevati, mercati incerti e la necessità di accelerare su innovazione e dimensione impongono scelte rapide e strutturali. In questo scenario, il ruolo delle politiche industriali e degli strumenti per l’internazionalizzazione diventa centrale. Ne parliamo con Roberto Luongo, consigliere del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e profondo conoscitore delle dinamiche dell’export italiano.
Partiamo dall’attualità internazionale. Con la crisi nello Stretto di Hormuz e il rischio di interruzioni nelle forniture energetiche, quali misure immediate ritiene indispensabili per proteggere la competitività delle imprese italiane, fortemente esposte ai costi energetici?
«Il tema è quello di migliorare e ottimizzare al massimo le forniture energetiche. Sono in corso incontri e interlocuzioni internazionali per aumentare le forniture, non soltanto dai classici Paesi di provenienza, quali l’Algeria o il Golfo Arabico. L’obiettivo è ammortizzare al meglio questa fase di difficoltà. Naturalmente sulla crisi in Medio Oriente auspichiamo una rapida e non traumatica soluzione. Per le imprese italiane il carico dovuto al caro energia è noto, e credo che nel medio lungo periodo la strategia nazionale non possa prescindere dall’aumento degli sforzi sulle fonti rinnovabili e dal rilancio del nucleare di nuova generazione. Al tempo stesso stiamo lavoriamo con l’UE affinché le decisioni sui temi energetici siano quanto più possibile europee, perché le soluzioni non possono essere esclusivamente nazionali. Il governo Meloni sta facendo tutto il possibile per ammortizzare gli extra costi che stanno affrontando le imprese. Se la situazione dovesse protrarsi per molti mesi ci sarà comunque bisogno di nuovi interventi. Le misure emergenziali vanno affiancate con interventi di riforma strutturale del mercato europeo».
In un contesto globale sempre più frammentato e in mutamento, quali strumenti concreti il governo sta rafforzando – anche attraverso l’Agenzia ICE – per sostenere le imprese italiane sui mercati esteri?
«Centrale è il Piano d’Azione per l’Export, che punta a diversificare i mercati di destinazione, oltre l’Europa. L’azione combinata del Ministero degli Affari Esteri, del MIMIT, di Ice, Simest, Sace e Cdp punta ad allargare la lista dei mercati di destinazione. Nel 2025 i migliori risultati del nostro export sono stati raggiunti nei Paesi Asean, nella Penisola Arabica, in Centro e Sud America. È il frutto dell’organizzazione di centinaia di iniziative che stanno funzionando: fiere, mostre, workshop, forum bilaterali (Azerbaijan, Tajikistan e Paesi Africani coinvolti dal Piano Mattei). Così come le collaborazioni scientifiche e tecnologiche che si stanno moltiplicando con successo».
Molte PMI italiane faticano a strutturarsi per competere all’estero. Quali politiche possono favorire un salto di qualità, evitando che l’internazionalizzazione resti appannaggio di poche grandi aziende?
«L’internazionalizzazione delle imprese italiane non riguarda soltanto le grandi imprese. Le imprese esportatrici sono oltre 100mila. Il tema è che devono essere aiutate, accompagnate sui mercati, ma soprattutto è importante la formazione. In particolare quella degli Export Manager, per la quale abbiamo creato la Fondazione Imprese e Competenze per il Made in Italy. Formiamo figure che non guardino solamente ai prodotti finiti, ma siano altamente specializzate, con competenze digitali che non possono ormai escludere quelle sull’IA. I giovani sono il presente e il futuro del Made in Italy. Non dimentichiamo che il 34-35% del nostro PIL deriva dall’export. Nonostante la narrazione squilibrata sul tema, anche nel 2025 con 643 miliardi di export siamo cresciuti del 3,3% rispetto al 2024. La nostra bilancia commerciale è in attivo per 50 miliardi di euro. È un Made in Italy non soltanto classico, ma anche fatto di meccanica e automazione: settori che stanno volando. Lo stesso vale per la farmaceutica, la cosmetica, l’economia dello spazio e della salute, l’economia del mare e del sotto il mare».
Di che risultati stiamo parlando?
«L’Italia è terza al mondo per surplus commerciale dietro solo a Cina e Germania. Siamo molto evoluti come Paese esportatore, e questo non emerge mai nella narrazione dei media. Lo racconta bene lo studio MIMIT dal titolo “Le Nuove Sfide del Made in Italy”: racconta di come sia cambiato il nostro modo di esportare negli ultimi 20 anni. La capacità di innovazione di processo italiana è unica. E la nostra forza è la grande varietà di prodotti esportati, che senza dubbio ci favorisce in questa fase complessa. Le prime 10mila imprese esportatrici italiane cubano l’85% del totale esportato. E mille prodotti sono nei primi tre posti al mondo per quantità esportata. Abbiamo oltre mille marchi storici: nel 2026 Beretta compie 500 anni, la Ducati un secolo. Storie d’impresa uniche. Da raccontare. La Giornata del Made in Italy che celebra la nascita di Leonardo da Vinci ha visto centinaia di eventi in Italia e all’estero. Il Made in Italy non è in declino, ma è più vivo che mai».
Qual è la situazione dei Tavoli di crisi aperti al MIMIT?
«Tecnicamente negli ultimi anni la narrazione sui tavoli di crisi è stata negativa, ma la realtà è un’altra. Soprattutto considerando la congiuntura economica nazionale e internazionale. Molti casi sono stati risolti. Esempio paradigmatico il salvataggio de La Perla, grazie all’investimento di un imprenditore americano. È una delle tante crisi risolte, come anche quella di Beko. Poi ci sono situazioni di crisi strutturale come quella del settore automotive in Europa, dovuta all’espansione della Cina sull’elettrico, che sarà necessario gestire a livello europeo».
Ci racconta qualche eccellenza Made in Italy poco conosciuta?
«Penso al distretto dei dispositivi medico-scientifici di Mirandola, un esempio di eccellenza che funziona grazie all’alta tecnologia italiana. Così come i distretti dell’aerospazio e delle macchine per la robotica. Non dimentichiamoci che il nostro primo comparto di export è la meccanica, molto poco raccontato. Il Vinitaly e il Salone del Mobile sono grandi asset visibili, ma c’è molto invisibile che fa la differenza. In silenzio».
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