Dove va il mondo? Che ne sarà dell’Occidente? La democrazia declina? Il Riformista pone questioni da far tremare le vene ai polsi, questioni alle quali per obbligo professionale rispondono semmai i politologi, gli economisti, i sociologi, gli antropologi, coloro che cercano di scrutare il futuro, che stazionano in pianta stabile nell’antro della Sibilla. E che tuttavia, non di rado, prendono a prestito la storia. E ora sentiamo cosa ne pensa lo storico, ti chiedono, mettendoti improvvisamente in mezzo, nelle angosciate discussioni sui Massimi Sistemi che occupano certe volte i dopo cena tra amici. Presumendo, evidentemente, che il passato aiuti a capire il domani, che abbia senso chiedere consiglio all’historia magistra, che davvero la tragedia si ripeta come farsa, eccetera. Tutto déjà-vu.

Da sempre gli storici sono abituati a finire sul banco dei testimoni come persone informate dei fatti. E noi, a dire il vero, raramente ci sottraiamo al gioco, inanellando un po’ di erudizione, cercando di sedurre l’uditorio con il soffio misterioso del tempo remoto, illudendo chi ci ascolta che, se le cose andarono così, così andranno. Invece dovremmo dire la verità. Dovremmo ricordare le parole con le quali Leslie P. Hartley apre il suo struggente The Go-Between. “The past is a foreign country: they do things differently there”, scrive Hartley. Ecco, dovremmo dire chiaro e tondo che forse, come il passato, anche il futuro è una terra straniera. Dove gli uomini e le donne faranno cose che non possiamo conoscere.

È stato sempre così. Forse, agli amici di salotto che chiedono conferme a Clio, dovremmo suggerire la sospensione del giudizio, se non lo scetticismo degli antichi. Scindendo le nostre responsabilità di storici dal vezzo – così diffuso nel discorso pubblico – di usare il passato come la lanterna di Diogene. Dovremmo metterli in guardia, con franchezza, dalla doppia deriva di un simile vezzo: l’immaginario distopico, che temo abbia molto a che fare con la nostra età, con la saggezza presunta di chi ne ha viste di tutti i colori, e il dogma progressista, che pure ha implicazioni autobiografiche, ma opposte, che sembra l’illusione un po’ patetica dell’eterna giovinezza.

Certo è che oggi, sui destini dell’Occidente, si confrontano pessimisti e ottimisti. I pessimisti rivangano il declino di altre civiltà, Gibbon e Spengler, la fine degli imperi europei, il ciclo tragico dei totalitarismi, proiettando nei decenni a venire una teleologia infausta che credono di vedere sotto i loro occhi, lo sfibrarsi demografico dell’”uomo bianco”, l’apocalisse delle migrazioni, l’esaurimento dell’ecosistema. E costruendo l’abiura delle colpe epocali che avrebbero macchiato il nostro passato, schiavitù, colonialismo, razzismo. Colpe irredimibili, annuncio della nemesi storica, un futuro di espiazione. Gli ottimisti, per parte loro, assumono le innovazioni scientifiche e tecnologiche come il filo rosso che lega passato e futuro, la garanzia di un progresso che già nei secoli passati avrebbe ricucito ogni cesura politica e ogni lacerazione geopolitica (ma è davvero così?), un’opportunità ormai planetaria che la specie umana non potrà non cogliere, biotecnologie, intelligenza artificiale, energie rinnovabili, conquista dello spazio, eccetera.

In un modo o nell’altro, tuttavia, i profeti – di sventura o di felicità – cadono nello stesso equivoco, proiettando nel futuro il proprio mondo, questo nostro mondo presente. Ragionano come se individui e società seguissero un binario, come se fossero la materia passiva di tendenze potenti, onde lunghe, strutture intangibili. Quasi che non esistesse la discontinuità, il cambio di direzione, la rottura della routine. Quasi che tutto non fosse invece il risultato di scelte. Quasi che le scelte fossero prevedibili. Ed è qui, forse, che gli storici potrebbero dire la loro. Ricordando che anche nel passato furono fatte scelte che modificarono la direzione delle cose. Che nulla fu mai una volta per tutte. Che nulla fu mai imposto dall’alto a una moltitudine decerebrata. Che non esiste “la storia che gli uomini non sanno di fare”. Ricordando che, se una cosa insegna il passato, è che la storia è una sommatoria di possibilità che soltanto il senno del poi trasforma in necessità. Che nulla cioè era deciso prima che accadesse. E che, allo stesso modo, anche il futuro non è deciso. È semplicemente una possibilità. Iperscrutabile, ringraziando Iddio.