Si attribuisce a Umberto Eco — probabilmente in modo apocrifo — l’idea che un bambino che legge diventerà un adulto che pensa. Giustissimo ma quel che va aggiunto è che per leggere bisogna avere un libro, una stanza, una luce accesa e qualcuno che non sia troppo stanco per sedersi accanto.

Esiste un momento preciso in cui noi insegnanti smettiamo di illuderci. Non è un crollo improvviso, ma una consapevolezza che arriva per la somma di episodi, come una pioggia che – goccia dopo goccia –  alla fine esonda: la ragazzina che non riesce a tenere il passo non perché sia meno dotata, ma perché a casa non c’è un tavolo tranquillo e il lessico familiare è mediocre o vige il silenzio. Il ragazzo che impara in fretta ma non consegna mai i compiti perché non ha comprato i libri.  Il bambino che arriva senza aver fatto colazione, la cui difficoltà di concentrazione non è pigrizia ma è fame, o privazione del sonno, o ancora quell’ansia sorda che nasce dall’instabilità domestica e si deposita sul corpo con la discrezione dei pesi invisibili. 

Ce ne siamo già accorti drammaticamente durante la pandemia: quegli studenti con la webcam spenta nelle lezioni in DAD non erano timidi né pigri o quantomeno non tutti. Erano tanti in cucina come unico spazietto disponibile, o in una cameretta condivisa con due o tre fratelli.  Quel “nero” (lo schermo spento) era una forma di pudore, ma anche una mappa precisa della casa in cui vivevano, e quindi del futuro che li aspettava. 

Il Report dell’UNICEF pubblicato ieri  – Unequal Chances  Children and Economic Inequality -dà un nome scientifico a tutto questo: esaminando la relazione tra disuguaglianza economica e benessere dei bambini in 44 paesi OCSE e ad alto reddito, certifica che la povertà educativa infantile e adolescenziale  resta ostinatamente alta e si trasmette con la precisione chirurgica di un’eredità. In media, l’83% dei quindicenni del quinto più ricco delle famiglie possiede competenze di base in matematica e lettura; nel quinto più povero, quella percentuale scende al 42%: uno scarto (pensate, 41 punti di scarto) che non misura l’intelligenza ma la probabilità che quella intelligenza trovi gli strumenti per esprimersi.  In Italia il 43% dei quindicenni non raggiunge i livelli minimi di competenza in lettura o matematica — un dato che non riguarda le periferie del mondo ma il cuore di un paese del G7 — e la risposta istituzionale continua a oscillare tra narrazioni fumose e buone intenzioni che, come si sa, lastricano le strade. Non si tratta certamente di un’anomalia locale: nei paesi più diseguali i bambini hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso, faticano di più a leggere, vivono peggio. La geografia educativa è dunque una mappa fedele della geografia economica del territorio in cui crescono, e cambia poco spostarsi di qualche latitudine.

Ma allora cosa si fa, il giorno dopo aver letto un rapporto come questo? Le soluzioni esistono, e il Report Card 20 le suggerisce puntualmente.

La prima è strutturale: ridurre la povertà infantile attraverso trasferimenti diretti alle famiglie, sul modello dei paesi che guidano la classifica — Paesi Bassi, Danimarca, Francia, Svezia — dove la protezione sociale non è un’emergenza ma un’architettura stabile. 

La seconda riguarda la scuola nella sua fisicità, e qui l’Italia offre uno dei quadri più sconfortanti d’Europa: solo un terzo dei nostri bambini  trovano posto in un asilo nido, quelli privati hanno rette inaccessibili per la maggioranza delle famiglie nonostante l’esistenza di un bonus che non compensa il problema strutturale, il tempo pieno scolastico resta un privilegio geografico che dipende dal comune in cui si nasce, e d’estate le famiglie vengono semplicemente lasciate sole ad arrangiarsi. Con il PNRR si sarebbe potuto invertire almeno in parte questa traiettoria ma in soldoni a che punto siamo?  A questo si aggiunge il tema del congedo di paternità troppo limitato, il che significa che il costo economico e sociale di avere un figlio ricade quasi interamente sulla madre, sulla sua carriera, sul suo stipendio, sulla sua vita. 

La terza soluzione contiene una provocazione: bisogna smettere di pensare la scuola come specchio fedele del quartiere in cui sorge, dove la ZTL produce licei attrezzati e la periferia produce istituti tecnici svuotati di risorse, in un sistema che non educa ma certifica le differenze già esistenti. Scuole che non si parlano, che replicano la segregazione urbana degli adulti: è questo il vero scandalo che i dati UNICEF fotografano senza nominarlo esplicitamente. Perché non immaginare gemellaggi strutturali tra istituti di quartieri diversi, risorse inversamente proporzionali al reddito medio del bacino d’utenza? Non è utopia: è quello che fanno, con risultati misurabili, i paesi che occupano stabilmente la cima di quella graduatoria. «La disuguaglianza incide profondamente su come i bambini imparano, su cosa mangiano, su come si sentono riguardo alla propria vita», ha dichiarato Bo Viktor Nylund, di Unicef. Le sue sono parole che suonano ovvie finché non si considera che in nessuno dei 44 paesi esaminati quelle tre dimensioni sono ancora trattate come un sistema unico di intervento. 

Gli insegnanti che spezzano il cerchio esistono, e sono più numerosi di quanto i luoghi comuni sulla scuola pubblica lascino credere; ma agiscono nonostante il sistema, non grazie ad esso, e il talento individuale di un docente motivato non è una politica. La scommessa — che la scuola sia l’unico luogo in cui il codice postale non decide il futuro — è ancora aperta. 

Quello che manca non sono le soluzioni. È la volontà politica di considerarle davvero una priorità.

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Giuseppe Trapani, docente e giornalista a Milano: dopo aver collaborato con diverse testate online, tra cui Lettera43 e Linkiesta, dal 2021 è digital journalist per Il Riformista. Ha pubblicato saggi per Elledici (2017) e Santelli–Clandestine (2022).