Ha detto il neo segretario del Partito democratico Elly Schlein che lei “deve ricostruire il condominio, dopo che è passato Matteo Renzi”. Maurizio Martina nel 2018, Nicola Zingaretti nel 2021, Enrico Letta nel 2023, e ora lei. Sono passati 5 anni e 4 segretari da quando Matteo Renzi ha lasciato il Partito democratico alla ditta, e ancora non riescono ad uscirne. Che poi se quello di Renzi era un condominio, quello dopo è uno sgabuzzino? Il Pd post Renzi non ha più visto i risultati elettorali, oltre che politici, di quella stagione.

E infatti il 40% delle europee del 2014 è diventato il 22% nel 2019. E così se alle regionali nel 2015 il Pd governava in 15 regioni, ora solo quattro. E che dire dell’esercito dei seimila sindaci di centrosinistra dell’epoca, mentre ora ci si trincera nella ridotta di Vicenza? Ah ma il risultato catastrofico di oggi non è colpa di Schlein, ma di quello che c’era prima. Che però era Letta, non Renzi! Se poi guardiamo i risultati politici, non c’è partita tra l’elenco delle riforme di quel governo, e il nulla portato a casa dal Pd dal 2018.

Se invece Elly si riferisce alle dinamiche interne, allora l’assemblea condominiale è quella che sta guidando lei ora. E quanto è accaduto ieri è la più grande, e grave, riprova. Il segretario Schlein superando l’autonomia costituzionale dei gruppi parlamentari rispetto al partito, ha sostituito d’imperio i vicepresidenti Pd alla Camera per silurare Piero De Luca, reo di essere figlio di Enzo, il governatore della Campania che alle primarie ha sostenuto Bonaccini. E lo ha sostituito con Paolo Ciani, segretario del partito Demos, che alle politiche si è candidato nel Pd. Ora già fa ridere che fai capogruppo del partito un esponente che è iscritto a un altro partito. E che ha intenzione di rimanerci (finché prende il 2×1000). Del resto pure per Zingaretti, allora segretario Pd, era Conte il leader fortissimo dei progressisti.

Ma la cosa incredibile è che Ciani è l’unico parlamentare del gruppo Pd che in parlamento ha votato contro l’invio delle armi in Ucraina. Non una questione di coscienza, ma il cuore della linea politica di un partito in questa fase storica. E ora lui dovrà dare indicazioni a gli altri su come votare. Un suicidio totale. Ma del resto i parlamentari non seguono neanche ciò che dice loro il Segretario Schlein nelle votazioni, come accaduto la scorsa settimana a Bruxelles con tre voti diversi Pd per l’invio armi all’Ucraina.

E questo perché il Pd non ha una linea politica. E non è che non ce l’ha perché è un partito plurale, ma perché non ce l’ha il suo segretario, che è colei che la linea dovrebbe dettarla agli iscritti. E che invece insegue quella di grillini e movimentisti. Come ha fatto per l’episodio della fiera del libro, quando anziché solidarizzare con il ministro Roccella, Schlein ha solidarizzato con chi le ha impedito di presentare il libro. Per fortuna poi ci ha pensato il Presidente Sergio Mattarella a ricordare a tutto il Paese che è una cosa che non si deve impedire a nessuno. E anche rispetto agli insulti rivolti ai militari che hanno sfilato alla parata del due giugno, Schlein ha solidarizzato con chi sbagliando ha paragonato quel saluto a fascismo.

Addirittura nella sua prima intervista da vicecapogruppo Ciani ha dichiarato che “ora il Pd può cambiare idea sulla pace”. È dovuto intervenire un ex segretario, Piero Fassino, per rispondergli: “Non si cambia la linea del PD sull’Ucraina con una intervista. E in ogni caso sarebbe un errore”. Schlein invece tace. Aveva ragione Paolo Mieli quando il giorno che Ciani votò contro l’invio delle armi, commentò: “Tra i parlamentari recalcitranti alle armi all’Ucraina c’è Paolo Ciani, si forma così un crogiolo con i dalemiani, quelli di Sant’Egidio e i 5 Stelle. Questo nucleo d’acciaio sarà quello comanderà sulla sinistra italiana”. In condominio.

Annarita Di Giorgio

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