Politica
La scuola oltre le narrazioni: precariato, chiamata diretta e la dignità perduta del docente
Il Partito Liberaldemocratico pensa che aver trascurato la scuola e averla resa un ammortizzatore sociale più che una fabbrica di futuro è una delle cause principali del declino italiano. Ecco perché propone una riforma radicale del sistema scolastico. Appuntamento a Napoli, il prossimo 3 ottobre, per discuterne
Il 7 settembre suonerà la prima campanella per centinaia di migliaia di studenti in diverse regioni italiane, per poi dare il via ufficiale all’anno scolastico 2026/2027 il 21 settembre, quando il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, sarà ad Amatrice per la cerimonia solenne della ripartenza. Eppure, al di là dell’abito delle grandi occasioni, la sostanza non cambia: i nodi strutturali del nostro sistema scolastico rimangono inesorabilmente gli stessi.
In queste settimane assistiamo al consueto teatro di fine estate. L’intero arco costituzionale sfila a battersi il petto sull’importanza centrale dell’istruzione. Da sinistra si scivola rapidamente dalla retorica della “bella Costituzione” alla “bella narrazione” da Libro Cuore, condita da buone intenzioni ma priva di pragmatismo. Da destra, al contrario, si oscilla tra la visione identitaria della scuola, una tentazione di irrigidimento autoritario e velleità selettive come l’astrusa proposta di fissare un tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi.
La scuola, quella vera, non è né un romanzo di formazione d’altri tempi né una trincea di appartenenza ideologica. L’istruzione e la formazione rappresentano il vero baluardo di civiltà liberaldemocratica contro la barbarie dell’ignoranza e contro quell’analfabetismo funzionale che logora la partecipazione cittadina. Ma per difendere questo presidio serve il coraggio della chiarezza: la scuola appartiene agli studenti e alla loro crescita, non alle rendite di posizione dei sindacati.
Il vero banco di prova su cui crolla la retorica della politica è il sistema di reclutamento. I concorsi legati al PNRR non hanno risolto la piaga del precariato: le graduatorie continuano a formare un bacino inesauribile di supplenze, mentre si assiste al fenomeno drammatico delle continue rinunce al ruolo da parte di chi viene assegnato lontano da casa.
Qui si apre una questione di dignità sociale. La figura dell’insegnante vive oggi un paradosso geografico ed economico: neo-povero nel Nord ad alto costo della vita, ancorato a uno status di ceto medio o borghese nel Mezzogiorno. Mantenere stipendi uniformi senza alcuna flessibilità territoriale o premio alla carriera significa condannare i docenti a una precarietà non solo lavorativa, ma di vita.
Per superare questo vicolo cieco servono interventi strutturali:
- Passare a un modello basato sulla chiamata diretta da parte degli istituti, consentendo alle scuole di selezionare le professionalità più adatte al proprio Piano Triennale dell’Offerta Formativa e più vicine alle esigenze del territorio.
- Favorire la permanenza dei docenti sulle stesse cattedre per evitare il valzer annuale degli insegnanti, vero danno a carico degli studenti.
- Superare gli aumenti salariali a pioggia – caldeggiati da una visione sindacale ferma agli anni ’70 – per introdurre incentivi economici, percorsi di carriera chiari e benefit basati sul merito e sull’impegno profuso nella comunità scolastica.
Non ci si può limitare a diagnosticare i mali della scuola; occorre avanzare soluzioni pratiche e coraggiose.
Come liberaldemocratici, il 3 ottobre saremo a Napoli per un confronto aperto con i responsabili scuola delle diverse forze politiche. Metteremo sul tavolo la nostra proposta di riforma del reclutamento, convinti che solo attraverso un’istituzione efficiente, autonoma e meritocratica si possa restituire dignità al corpo docente e garantire ai nostri giovani gli strumenti per diventare cittadini consapevoli.
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