Il dialogo
La sinistra con il burqa non vede le donne libere
Paola
Cara Adriana, ti scrivo perché mi interrogo, da femminista, sulla mutazione della sinistra occidentale. È una storia che viene da lontano, naturalmente, da quando la sinistra è rimasta orfana della lotta di classe e ha cominciato a cercare nuove categorie, nuovi simboli. Ha incontrato battaglie nate altrove, dal femminismo ai movimenti per i diritti civili, facendo del riconoscimento delle differenze una parte importante della propria identità. Un passaggio fondamentale: finalmente prendevano parola persone, esperienze, differenze fino a quel momento ignorate o cancellate. Fin qui tutto bene ma, a un certo punto, qualcosa è andato maledettamente storto.
Il riconoscimento delle differenze è diventato un’ossessione nel definire le persone: il sesso, il colore della pelle, l’origine, l’orientamento sessuale, il gruppo a cui appartieni. La differenza, invece di essere uno spazio di libertà, è diventata un’identità a cui ricondurre tutto, e lì vedo una delle radici della deriva woke. Perché se è l’identità a dire chi sei, il passo successivo è stabilire chi può parlare, di cosa e persino con quali parole. E allora non mi riconosco più. Dal femminismo ho imparato un rapporto saldo con la libertà e con la realtà. Ho imparato a dubitare, a dissentire, a nominare le cose anche quando disturba, a usare uno sguardo sbieco, trasversale. E soprattutto a non avere paura delle idee degli altri. Per me la libertà comincia quando possiamo pensarla diversamente senza diventare nemici.
Adriana
La lotta femminista, come sai, viene da ancora più lontano, dalla spinta emancipazionista ed egualitaria della Rivoluzione Francese. La lotta per la liberazione e la libertà delle donne è di sinistra ancor prima che la sinistra si chiamasse così. Il pensiero della differenza sessuale, nel quale mi riconosco, si è inserito nella storia dell’emancipazione e della rivendicazione dei diritti delle donne facendo però un importante passo ulteriore. Non bastava l’uguaglianza, che rischia di omologarci al modello maschile cancellando la nostra differenza e lasciando intatto l’ordine patriarcale e i suoi stereotipi del femminile. Se l’hai notato, da un certo punto in avanti non si è più parlato infatti di eguaglianza bensì di parità, idealmente, parità fra due soggetti che esprimono liberamente la loro differenza. Partendo dalla specificità del loro corpo e del loro vissuto, confrontandosi e mettendosi in relazione, le donne hanno lavorato per generare una soggettività femminile libera, ovvero una soggettività imprevista e pienamente politica. Condiviso con la sinistra, il bersaglio era il patriarcato, ovvero quel sistema di oppressione delle donne, inserito nel sistema generale di oppressione detto capitalismo, che prevede privilegiati e sfruttati.
In seguito a quella che tu chiami “la deriva woke”, abbracciata nell’ultimo decennio dalla sinistra, ora invece il bersaglio sarebbe il binarismo, ossia il dato stesso della differenza sessuale, il sostenere che nasciamo maschi o femmine. Ma una cosa è auspicare che le minoranze sessuali esprimano le loro differenti identità liberamente e rivendichino giusti diritti. Mi sono alleata per tutta la vita con le minoranze sessuali che chiedevano visibilità e diritti. Un’altra cosa è però sostenere che la molteplicità di queste identità – secondo la galassia LGBT, fondate sull’autopercezione individuale – dimostrerebbe che la differenza sessuale fra uomini e donne non esiste, è invece un dispositivo sociale di oppressione, una gabbia binaria imposta dalla cultura dominante. Sono d’accordo con te: la si può pensare diversamente senza essere nemici. Questa è la democrazia. Ma se, col beneplacito della sinistra radicale, mi impediscono di dire che siamo tutti e tutte nate da donna, suggerendomi – mi è capitato – di dire che siamo nate da persona con utero, allora percepisco un’ostilità. Dovrei rinunciare al soggetto della lunga rivoluzione femminista? Dovrei dire che, sin dalle tesi di Mary Wollstonecraft, c’è stato un importante movimento politico delle “persone con utero”?
P.
Non voglio affatto rinunciare al soggetto della rivoluzione femminista. Se per essere inclusiva devo smettere di dire “donna” e cominciare a dire “persona con utero”, invece di trovare il modo di includere senza escludere, fatico a capire come la sinistra abbia potuto appassionarsi al transfemminismo e al femminismo intersezionale senza vedere la contraddizione. E questo non ha nulla a che fare con i diritti delle persone trans o con il riconoscimento delle discriminazioni multiple, battaglie che noi combattiamo da sempre. Qui si tenta una sorta di sostituzione, fino alla cancellazione, del soggetto “donna”. Considero questa deriva profondamente antifemminista, perché finisce per cancellare proprio il soggetto politico che il femminismo ha fatto emergere e reso libero. E torniamo alla deriva woke. C’è un punto oltre il quale, per me, non si può andare, la metà della popolazione mondiale non si cancella, a meno che non sia proprio quello l’intento. Imma Battaglia, storica attivista LGBT, ha usato recentemente una parola molto forte, “transpatriarcato”, parlando dell’invisibilizzazione delle donne lesbiche, un altro paradosso enorme dentro una cultura che nasce proclamandosi inclusiva. È una parola che mette il dito esattamente nella piaga, ovvero una battaglia nata in nome della liberazione finisce per chiedere ancora una volta alle donne di farsi da parte. Guarda caso, tutto questo agli uomini non viene chiesto.
A.
“Transpatriarcato” è un termine che mi piace perché non ha l’ambiguità della parola transfemminismo. Pochi giorni fa, tu hai fatto giustamente un appello ai media sui social perché smettessero di confondere transfemminismo con femminismo. È meglio ripeterlo a chiare lettere: il transfemminismo non è femminismo, anzi, per le ragioni che abbiamo sviluppato fin qui, è contro il femminismo, contro la soggettività politica delle donne. Ciò è dimostrato non solo dal disciplinamento linguistico che cancella la parola “donna” ma ancor di più dal sostegno delle transfemministe, e della galassia LGBT in generale, alla gestazione per altri, che io preferisco chiamare utero in affitto, e alla prostituzione intesa come libera scelta della prostituta di vendere il proprio corpo. Noi femministe siamo contro l’utero in affitto e la prostituzione, siamo orripilate da qualsiasi operazione di mercato che fa del corpo delle donne e della loro capacità procreativa una merce. E qui lasciami fare una breve parentesi filosofica.
Nella modernità, con un’accelerazione in epoca recente, la celebrazione del mercato, come dimensione ineludibile, si è accompagnata all’esaltazione dell’individualismo come sinonimo di libertà. “È il mercato, bellezza!”, ci dicono da una parte. “Sei ormai una donna libera e puoi perciò scegliere di vendere il tuo corpo per un giusto compenso”, ci dicono da un’altra parte. In un recente convegno a Forlì sul femminismo a me è capitato di essere contestata da una transfemminista che sosteneva che le badanti e le madri surrogate fanno la stessa cosa: scelgono di vendere il loro tempo e il lavoro del loro corpo per un compenso. Le madri surrogate ovviamente guadagnano di più, perché nove mesi sono un tempo molto lungo. A ciò si aggiunga l’ipocrisia di coloro che, pur condannando il mercato dell’utero in affitto, guardano quasi con commozione alla favola secondo la quale certe donne presterebbero gratuitamente il proprio utero per solidarietà con coppie che non possono generare figli. Appunto tutte favole per coprire la realtà di un’impresa industriale della procreazione che vede lo sfruttamento di donne povere da parte di committenti ricchi. Ora, non solo tutto questo è evidentemente inconciliabile con la storia del femminismo, ma mi sembra inconciliabile anche con la storia della sinistra. Per me, il contrasto al fenomeno dell’utero in affitto e al traffico delle prostitute sono punti fermi sui quali non arretro o, per dirtela in parole chiare, sono punti fermi di una politica femminista per la libertà delle donne che non si subordina ad alcun partito, sia pure della sinistra nella quale ho a lungo militato.
P.
Proprio quel tuo “non si subordina ad alcun partito” mi porta a quello che sta succedendo in questi giorni. Il governo Meloni ha vietato burqa e niqab a scuola, e vedo donne di sinistra che denunciano ogni giorno, giustamente, il patriarcato italiano ma, davanti a una delle forme più evidenti di controllo sul corpo e sulla libertà delle donne, improvvisamente esitano, tacciono o addirittura la difendono. Come se il patriarcato smettesse di essere patriarcato quando viene da un’altra cultura o da una religione. E c’è qualcosa che mi inquieta ancora di più. Ci battiamo da anni contro burqa e niqab e invece abbiamo visto sui social tantissimi uomini di sinistra difenderli in nome della libertà. Lo confesso, a volte peso che dietro questa indulgenza ci sia anche una fascinazione, magari inconsapevole, per un ordine antico nel quale i rapporti fra uomini e donne erano molto chiari, l’uomo comandava e la donna obbediva. Mi preoccupa anche il rapporto che una parte della sinistra occidentale ha costruito con l’islam politico, quello che in Francia viene polemicamente chiamato “islamo-gauchisme”. Perché qui la contraddizione diventa difficile da ignorare, da una parte la libertà femminile e i diritti delle persone LGBT, dall’altra l’indulgenza verso concezioni politico-religiose che quelle stesse libertà negano e opprimono. Da femminista e da donna di sinistra non riesco più ad accettarlo.
A.
E noi femministe, che ci battiamo contro il burqa e il niqab a scuola, siamo chiamate “islamofobe”! Tu, che vivi in Germania, sai meglio di me che, anche in Europa, ci sono milioni di famiglie musulmane nelle quali le donne hanno uno stile di vita molto simile a quello delle loro coetanee europee. Il problema non è l’Islam o la religione mussulmana. Non lo è mai stato. Il problema attuale è il crescere, anche in Europa, dell’Islam politico estremista che impone alle donne un ruolo servile e umiliante. La libertà e i diritti delle donne, conquistate da due secoli di lotte, vengono per me prima dei costumi patriarcali di qualsiasi gruppo etnico o religioso. Non si tratta di integrazione, che è un processo difficile e faticoso soprattutto per i gruppi che non vogliono integrarsi. Si tratta di un punto fermo o, se vuoi, di una condizione imprescindibile: qui le donne sono libere, di muoversi, esprimersi, studiare, amare e vestirsi come vogliono.
A questo dobbiamo puntare. A tal proposito, viene spesso obiettato che, proprio in nome del principio di autodeterminazione, non deve essere imposto da noi femministe occidentali ma deve essere lasciato alle donne, costrette nel burqa o nel niqab, la scelta di “scoprirsi”. Un’obiezione ipocrita, che nega il sostegno necessario all’affrancamento reale di soggetti in condizione, sin da bambine, di assoluta soggezione al maschio. Cominciamo appunto dalle bambine e dalle ragazze: a scuola non si va a volto coperto e, possibilmente, non infagottate in palandrane che ostacolano il movimento e mortificano il corpo. Non so se, come tu suggerisci, certi uomini italiani subiscano veramente la fascinazione di uno scenario, chiaro e netto, nel quale loro comandano e le donne obbediscono. Penso piuttosto che per molti uomini la questione dell’asservimento delle donne non sia un problema primario.
Per la sinistra, conta piuttosto una filiera, nostalgica della semplicità degli schemi della guerra fredda, nella quale l’antiamericanismo, il terzomondismo e l’anticolonialismo si sposano con una particolare empatia per i migranti provenienti dal mondo povero, colonizzato ed oppresso, a prescindere dal modo in cui in questo mondo vengano trattate le donne. Insomma, per me, filosofa e femminista, la dimensione della libera soggettività femminile appartiene a quella della condizione umana. Per altri, è invece un fenomeno secondario, ossia un fenomeno sgradevole e tuttavia sacrificabile in nome di una visione, se non di una strategia, politica più importante, più urgente e più alta.
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